venerdì 16 dicembre 2011

Intervista a Carlo Peroni (Parte 1)

Speriamo finisca presto questo 2011, anno terribile sotto vari punti di vista ma davvero nefasto per il mondo del fumetto. Se ne sono andati, tra gli altri, Sergio Bonelli, Carlos Trillo, Gene Colan... è di ieri la notizia della scomparsa di una altro nome storico dei comics americani, Joe Simon, che se n'è andato nello stesso giorno del suo più giovane collega Eduardo Barreto. E poi, sempre per restare agli ultimissimi giorni, è venuto a amancare anche il "bonelliano" Enio...
Il comicdom internazionale è davvero più povero alla fine di quest'anno. Quello italiano saluta un altro grande, un Maestro dell'umorismo disegnato, quel Carlo "Perogatt" Peroni per decenni colonna del Corriere dei Piccoli, del Giornalino, di Slurp. Conoscevo e ammiravo la sua geniale e surreale produzione sin da bambino, quando lo leggevo su Più. Ci eravamo "conosciuti" grazie a internet, di cui l'autore marchigiano fu precursore nonché attivissimo animatore di blog e vivace presenza sui Social Network. È stato proprio grazie a Facebook che abbiamo preso contatto e successivamente organizzato un'intervista da fare per Scuola di Fumetto. Avremmpo dovuto finalmente incontrarci di persona all'ultima edizione di Napoli Comicon, dov'era Presidente di Giuria per i Premi Micheluzzi, ma un contrattempo dell'ultim'ora gli impedì di essere presente. Rimandammo alla prossima occasione, che non c'è stata.
Quell'intervista uscì sul numero 71 di Scuola di Fumetto, in una versione ampiamente rimaneggiata vista la lunghezza. Per ricordarlo ve la proponiamo integralmente qui sul blog, divisa in due parti.
Ciao Perogatt, e grazie di tutto.
(Andrea Leggeri)

Partiamo dai tuoi inizi, come e perché ti sei avvicinato al mondo del fumetto? Da quali studi ed esperienze professionali venivi?
Io avevo iniziato con l’Arte con la “A” maiuscola con studi in una speciale scuola d’arte dove si studiava alla maniera del rinascimento. Si doveva partire dalle basi: moltissima pratica e pochissima teoria. Lì ho imparato a disegnare e colorare, ma poi quando era il momento di pensare ad un mio futuro, lo vidi nel fumetto e non nel proseguimento dell’Arte. Ma poi, chi lo ha detto che il fumetto non possa essere una forma d’Arte?

Nell'Italia di fine anni '40 com'era l'ambiente editoriale del fumetto e in cosa differiva da quello contemporaneo? Quali spazi c'erano per un giovane autore che voleva intraprendere questa professione?
A quei tempi l’importante era dimostrare di essere bravi: il lavoro poi c’era sicuramente. Quando, da Senigallia, la città marchigiana dove sono nato, decisi di trasferirmi giovanissimo a Milano, mi presentai presso il settimanale per ragazzine chiamato “La Vispa Teresa” e fui assunto il giorno dopo come redattore, impaginatore, illustratore. Oggi sarebbe quasi impossibile ottenere un lavoro così facilmente, ma allora i disegnatori poi e gli Editori erano molto più bravi di quelli di oggi: avevano molto “fiuto” e sapevano riconoscere al volo chi valeva e chi no. Ma contemporaneamente realizzavo molte pubblicità di prodotti molto noti e, nel tempo libero, collaboravo a dei periodici del Vittorioso di Roma; successivamente mi trasferii a Roma chiamato come dipendente di riviste similari che facevano capo comunque al Vittorioso. Poi, piano piano ci fu il grande salto presso il Vittorioso.

Sin dai tuoi esordi hai percorso la strada del fumetto comico e umoristico. Una scelta dettata da esigenze editoriali o da una tua innata propensione verso questo genere?
A parte il fatto che per molti anni io ho realizzato fumetti veristici per il settimanale “il Pioniere” e per “Diabolik” (non firmando), mi dilettavo contemporaneamente a realizzare fumetti umoristici, scoprendo che mi ci riconoscevo molto di più perché ho sempre avuto uno spirito umoristico (anche nei tempi in cui facevo del teatro).
Una delle caratteristiche che emerge con alcuni tuoi personaggi è quella di una comicità che tende decisamente al surreale, quasi al demenziale. Insomma, storie all'insegna della pura follia! Quale tipo di umorismo ritieni più congeniale al tuo modo di fare fumetti?
Beh, lo hai appena detto tu… Io amo il “surreale” e di conseguenza il demenziale che e’ una parte importante di questo modo di fare umorismo. E questo da sempre; ho ritrovato poco tempo fa una mia tavola che avevo realizzato nel 1949 ed aveva tutte le caratteristiche del “non sense” e del surreale. Con l’andare del tempo mi sono reso conto che non mi ci divertivo solo io, ma si divertivano anche i lettori. Purtroppo non sempre gli Editori, o meglio i Direttori dei giornali capiscono questo genere e mi “costringono” a contenermi ed io ci sto male, anche fisicamente… Del resto ho bisogno di lavorare e quando vedo che un Direttore di giornale non ha il senso dell’umorismo io ci sto male anche per lui perché vedo che ha una “vita piatta” e non è capace di ridere in pieno.

Quali idee, sensazioni e messaggi puoi trasmettere con il fumetto comico e che non potresti con quello realistico? Qual è la marcia in più del racconto umoristico?
Non è completamente esatto. Quando realizzavo fumetti di fantascienza, molto spesso riuscivo a comunicare dei “messaggi” anche lì. Certo è che con il fumetto umoristico è molto più facile. Molto spesso chi legge non vede subito che cosa c’è nascosto “sotto”, lo si scopre spesso solo dopo una prima lettura…

C'è qualche autore che ha influenzato il tuo stile, sia nel disegno che nella scrittura?
Beh, mi sembra piuttosto evidente: certamente Jacovitti (che è stato non solo un collega, ma anche un amico, un vicino di casa ed anche un semi-parente (avendo fatto da padrino ad un paio di miei figli), mi ha certamente contagiato con il suo umorismo, ma ben presto mi è servito come “base” di molti suoi ragionamenti, per poi procedere per la mia strada. Lo stesso Jacovitti, quando realizzavo la rivista “Slurp” (negli anni ’80) una volta mi aveva telefonato per dirmi che vedeva che io riuscivo a divertirmi, mentre lui non si divertiva più tanto a disegnare. Gli piaceva molto il mio tipo di umorismo e qualche volta mi invidiava perché realizzavo delle cose che a lui non era permesso: era praticamente diventato “schiavo del suo stesso stile”.
Vuoi descriverci il processo creativo che ti porta a realizzare una storia? Realizzi sceneggiature molto dettagliate, oppure utilizzi degli storyboard? Disegno e scrittura procedono di pari passo o inizi a disegnare solo dopo aver stabilito un punto d'arrivo? Oppure ti lasci guidare dall'istinto, dalla fantasia?
Al contrario di Jacovitti, che aveva solitamente solo una microscopica traccia di una storia e la realizzava man mano che la disegnava, io invece sono al suo confronto una specie di… ragioniere… Infatti vado per gradi: prima penso ad un tema base, poi ci costruisco un soggetto (studiandone prima tutti i particolari e soprattutto un buon inizio ed una buona fine che molto spesso per me devono combaciare: è una specie di discorso che alla fine viene chiuso e mi rifaccio alla parte iniziale per chiudere le storie), quindi preparo degli schizzi in formato di stampa dove accenno una prima sceneggiatura. Ma poi, molto spesso, realizzando le varie tavole, il testo viene spesso modificato. Ma non basta: quando scrivo il lettering con il computer (usando un font preparato appositamente usando il mio stampatello e spesso volutamente con qualche piccolo errore per farlo somigliare il più possibile a quello fatto a mano), molto spesso cambio ancora dei testi. Da questo punto di vista sono un “precisino” e non mi ritengo soddisfatto fino a quando tutto mi sembra che fili liscio. Ma… non basta ancora: quando ho terminato tutta la storia, la stampo e la rileggo: molto spesso ho dei pentimenti e mi capita di modificare ancora certe frasi…

Le nuove tecnologie sono entrate a far parte del tuo lavoro di fumettista? Il computer ha un ruolo durante la realizzazione dei tuoi fumetti?
Ormai non sarei più in grado di fare fumetti senza il computer. Mi risulta che io sia stato il primo se non uno dei primi Autori in Italia ad usare il computer. Lo usavo già da molti anni quando poi mi sono deciso a fare in modo che il computer avesse un suo ruolo importante: con il computer riesco a realizzare modifiche, cambiamenti ed aggiunte o sostituzioni di inquadrature, che a mano mi era quasi impossibile fare. Ora mi sento molto più a mio agio. Intervengo molto anche con i disegni: molto spesso eseguo delle modifiche o aggiunte proprio con il computer: con la “tavoletta grafica” o addirittura con il mouse che riesco ad usare proprio come se fosse una matita o un pennello. Ormai non faccio più vedere i miei disegni fatti a mano perché risultano talmente brutti ed incompleti che li tengo solo per me…

Nella tua carriera hai dato vita ad una gran quantità di personaggi di successo, da Gervasio a Nerofumo, da Slurp a Gianconiglio e mille altri, tutti perfettamente caratterizzati. Come nasce un personaggio umoristico? Ti capita di prendere spunti da persone reali? Puoi farci qualche esempio descrivendo la creazione di qualcuno dei tuoi personaggi?
Premesso che Gervasio era nato per caso in una pizzeria, disegnato su un tovagliolo di carta mentre stavo aspettando che arrivasse la pizza… Lo misi in tasca dicendomi “non si sa mai” (e poi ne è nato uno dei miei personaggi per il quale ho realizzato più storie, in varie fasi: prima per “Capitan Walter”, poi per “Jolly”, poi per “Cucciolo” e quindi per “Più”, per citare solo i maggiori) e per il quale non mi ero ispirato a persone reali, ma… come un “antiPaperon de’ Paperoni” nel senso che al posto di essere avido di denaro e fare di tutto per accumularne altro, lui era “allergico” al denaro e faceva di tutto per disfarsene, ma senza riuscirci… Quindi mi ero ispirato, ma al contrario, a Paperon De Paperoni, per Slurp invece non mi sono ispirato ad altro se non alla mia fantasia “a ruota libera”, cioè il tipo di umorismo da me preferito, quello “demenziale”, Gianconiglio invece mi fu “imposto” e all’inizio lo ritenni una specie di “punizione” da parte del direttore… dato che non condividevo per nulla i testi che scriveva Carlo Triberti: lui si rivolgeva ad un pubblico di bambini molto piccoli e un po’ “scemini”… Io poi feci di tutto per adattare quel personaggio, fino a farne diventare un personaggio molto diverso da quello che avrebbe voluto Triberti, cioè rivolgendomi più ai ragazzi che ai bambini piccoli, e il successo (a livello internazionale) arrivò, ma non per merito dei testi ma per i disegni. Ma per il resto dei miei personaggi, mi sono sempre ispirato a persone reali, esagerandone i pregi o difetti… Solitamente osservo molto la gente che mi circonda e poi mi studio come potrei trasformare certi tipi in un personaggio a fumetti e molto spesso ci infilo molte di queste persone nelle mie storie; un esempio per tutti: quando ho dovuto mettere un antennista, ho fatto la sua caricatura, ma anche della sua famiglia…

Quale dei tuoi personaggi pensi rappresenti meglio la tua identità autoriale?
Certamente l’Ispettore Perogatt che è sempre stato un po’ la mia autocaricatura. Solo che, come capita nei fumetti, il personaggio è rimasto lo stesso nei fumetti, anche a distanza di molti anni e… mentre io ho perso molti più capelli e mi si sono molto ingrigiti e poi sono un po’ ingrassato, quel personaggio è sempre rimasto uguale. Questo è anche il bello dei personaggi a fumetti che non cambiano mai…

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