mercoledì 28 dicembre 2011

SdF 81 Preview: Tintin!!!

Mentre è ancora in programmazione in alcune sale italiane il blockbuster firmato Steven Spielberg, che ha fatto e fa ancora discutere gli appassionati della celebre creatura di Hergè, il prossimo numero di Scuola di Fumetto (in uscita a gennaio) dedicherà ampio spazio alle diverse incarnazioni "multimediali" di Tintin, più o meno note. Sì perchè la pellicola spielberghiana non rappresenta certo la prima fuga dalle pagine a fumetti del giovane reporter belga, nè tantomeno la prima versione cinematografica. L'esperto Alessio Trabacchini ci guiderà alla scoperta di piccoli tesori come Le Crabe aux princes d'or, pellicola con pupazzi animati realizzata addirittura nel 1947, oppure dei due lungometraggi degli anni '60 mai giunti in Italia in cui Tintin era interpretato dall'attore Jean-Pierre Talbot. E poi la celebre serie a cartoni animata vista all'interno di Supergulp o quella più recente degli anni '90, fino al merchandising e altre curiosità.

giovedì 22 dicembre 2011

Intervista a Carlo Peroni (Parte 2)


Hai avuto anche l'opportunità di cimentarti con celebri characters stranieri, da Asterix ai Flintstones. Quanto hai potuto “farli tuoi” nelle storie che hai realizzato e quanto invece lavorare a personaggi già ben caratterizzati ti ha limitato?
Devo dire la verità, all’inizio pensavo che la cosa mi avrebbe frustrato: dover sottostare a regole imposte da altri, non è cosa facile. Ma per quanto riguarda Asterix avevo avuto la fortuna di poter contattare direttamente il suo creatore, Albert Uderzo, con il quale agli inizi ebbi una stretta e piacevole corrispondenza. Uderzo, in quel periodo aveva deciso (e giustamente secondo me) di modificare un po’ le proporzioni del personaggio Obelix. Infatti io avevo notato, disegnandolo, che a volte lui non sembrava tanto grosso e Uderzo stava appunto provvedendo a portare dei cambiamenti sostanziali e, per questo, mi inviò una serie di suoi schizzi (realizzati con la matita celeste, la stessa che uso anche io per schizzare le mie tavole) dove potei avere ben chiare le idee di Uderzo. Io le condividevo in pieno, e dopo alcune lettere nelle quali io gli facevo vedere come lo avevo interpretato io e lui mi faceva notare che non aveva solo cambiato le proporzioni del fisico di Obelix, ma un po’ anche tra lui e Asterix. Insomma, riuscimmo a capirci molto bene, anche perché parlavamo “la stessa lingua” quella del fumetto. Purtroppo proprio in quel periodo io mi stavo apprestando a fare un trasloco e quando arrivai nella nuova casa mi accorsi che la ditta di Traslochi (una delle più importanti di Milano), mi aveva perso diversi scatoloni e proprio in uno di quelli c’erano anche le lettere di Uderzo con i suoi disegni originali! Io mi arrabbiai moltissimo con i responsabili di quella Ditta e questi  riconobbero il loro torto e mi fecero uno sconto sulle spese di Trasloco. Ma non c’è cifra che tenga per poter ripagarmi della mancanza di quelle “preziose” lettere! Comunque, realizzare Asterix per me era un grande piacere, ma mi accorsi che il disegno di Uderzo è assai complesso ed io ci riuscii molto bene, tanto è vero che moltissimi appassionati di fumetti non si erano nemmeno accorti che tutti quei disegni (fumetti con una parte di pubblicità per una nota marca di prodotti per l’infanzia, poi vari gadget ed anche un libro di “trasferii”, i “trasferibili” di Asterix che si trovavano nei prodotti e che i ragazzi poi si divertivano ad appiccicare a loro piacimento sul libretto che avevo realizzato con varie scene di ambienti diversi) non li aveva fatti Uderzo, ma io! Per quanto riguarda i Flintstones (prima erano chiamati in Italia “Gli Antenati” ma poi gli americani pretesero che anche in Italia venissero chiamati con il loro nome originale: io non ero d’accordo, ma dovetti cedere di fronte alla loro incomprensione e prepotenza; un po’ come se la Disney improvvisamente non volesse più che Topolino venisse chiamato così, ma Mickey Mouse…) ebbi periodi alterni di facilità di rapporti ed altri di completa incomprensione. Per esempio, c’era un periodo in cui i miei disegni prima dovevo farli approvare ad un rappresentante dell’Hanna-Barbera che si trovava a Londra. Loro non ne capivano nulla di disegni e mi facevano spesso delle osservazioni, come per esempio quella in cui una volta mi fecero osservare che Fred e Barney erano un po’ più grandi di Wilma e Betty. Ma il fatto è che il due amici si trovavano molto più in primo piano e di conseguenza, secondo le regole sella “prospettiva” le persone e gli oggetti che si trovano più lontani diventano un po’ più piccoli, in base alle distanze. Questa è una “regola elementare” che ogni disegnatore conosce alla perfezione, ma quelli no… Quindi fui costretto ad accontentarli, ma per fare questo dovetti mettere i quattro personaggi tutti sullo stesso piano, cosa che mi costrinsero anche a cambiare i dialoghi, dato che le due donne parlavano tra loro evitando di farsi sentire dai loro mariti. Ma avere a che fare con degli incompetenti è una cosa assai triste… Una cosa che mi aveva consolato era che una volta ebbi un incontro in Italia, a Bologna, con Bill Hanna, uno dei due creatori di quei personaggi. Bill si congratulò con me e mi disse che io avevo interpretato nelle giusta maniera i loro personaggi! Poi, purtroppo, questi personaggi non furono più di proprietà dell’Hanna-Barbera ma della “Turner” (gli stessi proprietari della famoso CNN) e qui ci fu un altro problema: i nuovi dirigenti fecero modificare interamente i personaggi dai loro disegnatori e li fecero diventare molto più veristici. Io dovetti adeguarmi e alla fine ci riuscii e loro furono soddisfatti. Ma quando eravamo riusciti a capirci… ci fu un altro cambio di proprietà: i diritti passarono tutti alla famosa Warner Bros. Qui i loro disegnatori cambiarono totalmente i personaggi e li resero più “Warner”; mi mandarono una serie di disegni con i nuovi personaggi, un libretto che io avrei dovuto rispettare alla perfezione. Ci fu un incontro a Milano con la responsabile americana della Warner ed anche la responsabile italiana e noi disegnatori (anche Oneta, ad esempio, che realizzava il personaggio dell’orso Yoghy (che loro pretesero che venisse cambiato in Yogi, come era chiamato negli Stati Uniti. Noi cercammo di far capire che i nostri lettori lo avrebbero letto in un altro modo, ma non riuscimmo a far capire loro questo problema: loro comandavano e noi avremmo dovuto obbedire ciecamente); durante quell’incontro io cercai di far capire alla responsabile americana che il libretto che lei aveva portato era pieno di errori madornali! Feci notare che, ad esempio, in alcuni disegni Fred aveva le gambe cortissime ed il naso molto lungo, in altri le gambe molto lunghe ed il naso più piccolo; inoltre feci notare che, anche l’auto dei Flintstones era completamente sbagliata e alla fine lei, riconoscendo che quanto avevo fatto osservare era vero, mi disse praticamente “Signor Peroni, allora ci pensi lei”. Ma mi chiese un piccolo favore: far avere al loro disegnatore i punti dove c’erano gli errori. Cosa che feci qualche giorno dopo inviando via e-mail, una copia a lei ed una al disegnatore. Poco dopo ricevetti una conferma anche da parte del disegnatore che riconosceva i suoi errori e mi dissero alla fine di “pensarci io” a sistemare a mia discrezione tutti i personaggi “sbagliati”… Non parliamo poi dei testi: loro pretendevano di ricevere le sceneggiature, tradotte in inglese, per leggerle ed approvarle. Fu una fatica enorme far capire loro che io usavo un sistema molto diverso e che la sceneggiatura vera e propria la eseguivo solo alla fine… Allora riuscimmo a convincerli a leggere i soggetti. Ma alcune volte me li bocciarono perché, ad esempio, quando io avevo scritto una satira dei “Promessi Sposi” chiamandoli nel fumetto “Promessi Sponsor”, cioè una libera trasposizione in epoca preistorica dei Promessi Sposi, fecero osservare che loro non conoscevano affatto Alessandro Manzoni ma solo Autori famosi di lingua inglese. Alla fine la vincemmo noi e facemmo notare che quei fumetti erano realizzati per i lettori italiani che conoscevano molto bene Manzoni. Quello, secondo me, fu uno dei più bei fumetti realizzati con i Flintstones.


Poco note alle cronache fumettistiche sono le tue collaborazioni ai fumetti Disney e a Diabolik. Cosa puoi raccontarci di quelle esperienze?
Ci sono molte mie collaborazioni che a tutt’oggi non risultano ufficialmente. I motivi sono vari, come ad esempio per Diabolik, dove io e mia moglie collaborammo per molto tempo, ma chiedendo alle due sorelle Giussani (ideatrici e proprietarie di Diabolik) di non scrivere i nostri nomi anche perché in quel periodo collaboravamo con altre editrici che… non… avrebbero gradito che i nostri nomi fossero legati proprio a Diabolik… Per quanto riguarda la mia collaborazione alla Disney, invece, il fatto è che pero diverse volte, nel giro di alcuni anni, realizzai molto lavoro di copertine, collaborazione ai fumetti e poi le numerose illustrazioni per una speciale Enciclopedia che realizzai direttamente per gli Stati Uniti: quella Enciclopedia poi, non fu tradotta in Italia, e quindi nessuno ne seppe più niente. Io stesso non ricevetti le copie promesse dell’Enciclopedia stampata. Ma la maggior parte del lavoro io lo avevo realizzato per una agenzia che si premurò… di non fare mai il mio nome… Non seppi mai il motivo, ma il fatto è che “ufficialmente” io non risulto come collaboratore Disney.

Un capitolo importante della tua carriera è quello relativo all'animazione. Un'esperienza che ha avuto influenza nella tua attività di fumettista? Quali sinergie tra i due settori?
A me è sempre piaciuto realizzare disegni animati, a volte più dei fumetti, perché riuscivo in quel modo a “far muovere” i personaggi.  Poi, ho nel mio “DNA” il movimento e anche ora, quando faccio i fumetti, li vedo “in movimento”! Iniziai moltissimi anni fa a Roma presso una ditta che era in semi-chiusura, dato che avevano pochi soldi e di conseguenza moltissimi animatori se ne erano andati. Io capitai proprio un giorno in cui il capo animatore, dopo una furiosa litigata, se ne andò inveendo contro i datori di lavoro. Questi rimasero sconcertati e si chiesero (ad alta voce) “e adesso come facciamo a fare il lavoro che ci hanno commissionato per gli Stati Uniti?” Io, con moltissima incoscienza e… sfacciataggine, mi feci avanti e mi offrii di fari io da capo animatore. Loro accettarono subito, senza nemmeno sapere se ne ero capace.


Sei stato per anni una colonna portante di testate come Il Giornalino, Il Corriere dei Piccoli, Più e diverse altre in cui il fumetto per ragazzi spesso univa l'intrattenimento ad intenti didattici. Oggi il fumetto sembra andare da tutt'altra parte (vedi il fenomeno graphic novel) e rivolgersi ad un altro pubblico, mentre le nuove generazioni paiono disaffezionarsi. Quali sono secondo te le cause e quali i possibili rimedi a questo scollamento tra il mondo del fumetto e i giovani lettori?
Per quanto riguarda le cause il discorso sarebbe troppo lungo, ma in linea generale il motivo principale, secondo me, è che i nuovi giovani lettori non sono stati “educati” a leggere i fumetti di qualità e di conseguenza non è colpa loro, se mai potremmo incolpare gli Editori che hanno cambiato rotta ed offrono ai lettori dei fumetti di bassa qualità. Il giorno che qualche Editore “intelligente” ritornasse a pubblicare dei fumetti di qualità e di conseguenza più intelligenti, anche i lettori piano piano cambierebbero gusti ed “affinerebbero” il loro… palato, preferendo fumetti realizzati con dei criteri migliori. Ma, esisteranno degli Editori intelligenti? Io purtroppo comincio ad avere qualche dubbio…


Sei stato uno dei primissimi autori italiani a sbarcare sul web. Dal Peroportale al blog fino ai social network, sei molto presente e attivo. Credi nell'importanza della relazione tra il fumetto e la rete?
Ritengo di essere stato il primo o uno di primi ad utilizzare Internet per parlare di fumetti e ne ho sempre parlato in maniera di continuare su computer un discorso iniziato prima su carta. Ho sempre ritenuto che le due cose possano benissimo convivere assieme, basta il giusto senso della misura. Ad esempio, con Facebook, io lo uso soprattutto per poter parlare, anche se in maniera non esagerata, di fumetti e vedo che gli appassionati ai fumetti saltano fuori come… funghi e ritengo che, proprio grazie a Facebook si possa operare nella maniera della quale accennavo prima, e cioè “educare” al gusto del buon fumetto anche con questo nuovo mezzo chiamato “Facebook”. Sono sicuro che molto presto si vedranno le conseguenze positive di questa operazione.

Pensi che il futuro del fumetto siano i webcomics da leggere online?
Sinceramente mi auguro di no: per me è importantissimo il supporto cartario e non esiste niente che la superi: i “veri” giornali su carta non hanno assolutamente nulla a che vedere con i cosiddetti giornali ondine. O… almeno lo spero… Io appartengo ad una generazione di amanti del fumetto stampato e, quando acquistavo molti albi che provenivano dagli Stati Uniti, annusavo perfino l’odore degli inchiostri… Mi ricordo che molti anni fa ci fu un esperimento (mi sembra l’unico) di un giornale a fumetti italiano ma stampato negli Stati Uniti. Ci collaborava molto Jacovitti (che aveva anche realizzato la testata: “Record”) e molti altri disegnatori. Peccato che in Italia quel giornale non fu capito e venne chiuso molto presto. Un vero peccato, perché la cosa avrebbe potuto avere un seguito, come ad esempio degli albi a fumetti con fumetti italiani, ma diffusi negli Stati Uniti… Sarebbe stato bello che gli americani scoprissero che anche da noi c’erano moltissimi grandi Autori. Ma seguito a sperare che un giorno o l’altro gli Statunitensi scoprano che il mondo dei fumetti non è solo fatto da Autori americani, esistono anche gli Italiani. Una cosa mi consola, che un paio di miei amici, chiamati “Dentiblù”, hanno avuto il coraggio di tradurre in americano alcuni loro albi del personaggio “Zannablù” e diffusi proprio negli Stati Uniti (con un tipo di distribuzione tipo amatoriale) e so che hanno molto successo. Allora, perché non facciamo altrettanto anche noi tutti Autori italiani? Che cosa ci manca? Forse un …pizzico di coraggio? Vedremo.


venerdì 16 dicembre 2011

Intervista a Carlo Peroni (Parte 1)

Speriamo finisca presto questo 2011, anno terribile sotto vari punti di vista ma davvero nefasto per il mondo del fumetto. Se ne sono andati, tra gli altri, Sergio Bonelli, Carlos Trillo, Gene Colan... è di ieri la notizia della scomparsa di una altro nome storico dei comics americani, Joe Simon, che se n'è andato nello stesso giorno del suo più giovane collega Eduardo Barreto. E poi, sempre per restare agli ultimissimi giorni, è venuto a amancare anche il "bonelliano" Enio...
Il comicdom internazionale è davvero più povero alla fine di quest'anno. Quello italiano saluta un altro grande, un Maestro dell'umorismo disegnato, quel Carlo "Perogatt" Peroni per decenni colonna del Corriere dei Piccoli, del Giornalino, di Slurp. Conoscevo e ammiravo la sua geniale e surreale produzione sin da bambino, quando lo leggevo su Più. Ci eravamo "conosciuti" grazie a internet, di cui l'autore marchigiano fu precursore nonché attivissimo animatore di blog e vivace presenza sui Social Network. È stato proprio grazie a Facebook che abbiamo preso contatto e successivamente organizzato un'intervista da fare per Scuola di Fumetto. Avremmpo dovuto finalmente incontrarci di persona all'ultima edizione di Napoli Comicon, dov'era Presidente di Giuria per i Premi Micheluzzi, ma un contrattempo dell'ultim'ora gli impedì di essere presente. Rimandammo alla prossima occasione, che non c'è stata.
Quell'intervista uscì sul numero 71 di Scuola di Fumetto, in una versione ampiamente rimaneggiata vista la lunghezza. Per ricordarlo ve la proponiamo integralmente qui sul blog, divisa in due parti.
Ciao Perogatt, e grazie di tutto.
(Andrea Leggeri)

Partiamo dai tuoi inizi, come e perché ti sei avvicinato al mondo del fumetto? Da quali studi ed esperienze professionali venivi?
Io avevo iniziato con l’Arte con la “A” maiuscola con studi in una speciale scuola d’arte dove si studiava alla maniera del rinascimento. Si doveva partire dalle basi: moltissima pratica e pochissima teoria. Lì ho imparato a disegnare e colorare, ma poi quando era il momento di pensare ad un mio futuro, lo vidi nel fumetto e non nel proseguimento dell’Arte. Ma poi, chi lo ha detto che il fumetto non possa essere una forma d’Arte?

Nell'Italia di fine anni '40 com'era l'ambiente editoriale del fumetto e in cosa differiva da quello contemporaneo? Quali spazi c'erano per un giovane autore che voleva intraprendere questa professione?
A quei tempi l’importante era dimostrare di essere bravi: il lavoro poi c’era sicuramente. Quando, da Senigallia, la città marchigiana dove sono nato, decisi di trasferirmi giovanissimo a Milano, mi presentai presso il settimanale per ragazzine chiamato “La Vispa Teresa” e fui assunto il giorno dopo come redattore, impaginatore, illustratore. Oggi sarebbe quasi impossibile ottenere un lavoro così facilmente, ma allora i disegnatori poi e gli Editori erano molto più bravi di quelli di oggi: avevano molto “fiuto” e sapevano riconoscere al volo chi valeva e chi no. Ma contemporaneamente realizzavo molte pubblicità di prodotti molto noti e, nel tempo libero, collaboravo a dei periodici del Vittorioso di Roma; successivamente mi trasferii a Roma chiamato come dipendente di riviste similari che facevano capo comunque al Vittorioso. Poi, piano piano ci fu il grande salto presso il Vittorioso.

Sin dai tuoi esordi hai percorso la strada del fumetto comico e umoristico. Una scelta dettata da esigenze editoriali o da una tua innata propensione verso questo genere?
A parte il fatto che per molti anni io ho realizzato fumetti veristici per il settimanale “il Pioniere” e per “Diabolik” (non firmando), mi dilettavo contemporaneamente a realizzare fumetti umoristici, scoprendo che mi ci riconoscevo molto di più perché ho sempre avuto uno spirito umoristico (anche nei tempi in cui facevo del teatro).
Una delle caratteristiche che emerge con alcuni tuoi personaggi è quella di una comicità che tende decisamente al surreale, quasi al demenziale. Insomma, storie all'insegna della pura follia! Quale tipo di umorismo ritieni più congeniale al tuo modo di fare fumetti?
Beh, lo hai appena detto tu… Io amo il “surreale” e di conseguenza il demenziale che e’ una parte importante di questo modo di fare umorismo. E questo da sempre; ho ritrovato poco tempo fa una mia tavola che avevo realizzato nel 1949 ed aveva tutte le caratteristiche del “non sense” e del surreale. Con l’andare del tempo mi sono reso conto che non mi ci divertivo solo io, ma si divertivano anche i lettori. Purtroppo non sempre gli Editori, o meglio i Direttori dei giornali capiscono questo genere e mi “costringono” a contenermi ed io ci sto male, anche fisicamente… Del resto ho bisogno di lavorare e quando vedo che un Direttore di giornale non ha il senso dell’umorismo io ci sto male anche per lui perché vedo che ha una “vita piatta” e non è capace di ridere in pieno.

Quali idee, sensazioni e messaggi puoi trasmettere con il fumetto comico e che non potresti con quello realistico? Qual è la marcia in più del racconto umoristico?
Non è completamente esatto. Quando realizzavo fumetti di fantascienza, molto spesso riuscivo a comunicare dei “messaggi” anche lì. Certo è che con il fumetto umoristico è molto più facile. Molto spesso chi legge non vede subito che cosa c’è nascosto “sotto”, lo si scopre spesso solo dopo una prima lettura…

C'è qualche autore che ha influenzato il tuo stile, sia nel disegno che nella scrittura?
Beh, mi sembra piuttosto evidente: certamente Jacovitti (che è stato non solo un collega, ma anche un amico, un vicino di casa ed anche un semi-parente (avendo fatto da padrino ad un paio di miei figli), mi ha certamente contagiato con il suo umorismo, ma ben presto mi è servito come “base” di molti suoi ragionamenti, per poi procedere per la mia strada. Lo stesso Jacovitti, quando realizzavo la rivista “Slurp” (negli anni ’80) una volta mi aveva telefonato per dirmi che vedeva che io riuscivo a divertirmi, mentre lui non si divertiva più tanto a disegnare. Gli piaceva molto il mio tipo di umorismo e qualche volta mi invidiava perché realizzavo delle cose che a lui non era permesso: era praticamente diventato “schiavo del suo stesso stile”.
Vuoi descriverci il processo creativo che ti porta a realizzare una storia? Realizzi sceneggiature molto dettagliate, oppure utilizzi degli storyboard? Disegno e scrittura procedono di pari passo o inizi a disegnare solo dopo aver stabilito un punto d'arrivo? Oppure ti lasci guidare dall'istinto, dalla fantasia?
Al contrario di Jacovitti, che aveva solitamente solo una microscopica traccia di una storia e la realizzava man mano che la disegnava, io invece sono al suo confronto una specie di… ragioniere… Infatti vado per gradi: prima penso ad un tema base, poi ci costruisco un soggetto (studiandone prima tutti i particolari e soprattutto un buon inizio ed una buona fine che molto spesso per me devono combaciare: è una specie di discorso che alla fine viene chiuso e mi rifaccio alla parte iniziale per chiudere le storie), quindi preparo degli schizzi in formato di stampa dove accenno una prima sceneggiatura. Ma poi, molto spesso, realizzando le varie tavole, il testo viene spesso modificato. Ma non basta: quando scrivo il lettering con il computer (usando un font preparato appositamente usando il mio stampatello e spesso volutamente con qualche piccolo errore per farlo somigliare il più possibile a quello fatto a mano), molto spesso cambio ancora dei testi. Da questo punto di vista sono un “precisino” e non mi ritengo soddisfatto fino a quando tutto mi sembra che fili liscio. Ma… non basta ancora: quando ho terminato tutta la storia, la stampo e la rileggo: molto spesso ho dei pentimenti e mi capita di modificare ancora certe frasi…

Le nuove tecnologie sono entrate a far parte del tuo lavoro di fumettista? Il computer ha un ruolo durante la realizzazione dei tuoi fumetti?
Ormai non sarei più in grado di fare fumetti senza il computer. Mi risulta che io sia stato il primo se non uno dei primi Autori in Italia ad usare il computer. Lo usavo già da molti anni quando poi mi sono deciso a fare in modo che il computer avesse un suo ruolo importante: con il computer riesco a realizzare modifiche, cambiamenti ed aggiunte o sostituzioni di inquadrature, che a mano mi era quasi impossibile fare. Ora mi sento molto più a mio agio. Intervengo molto anche con i disegni: molto spesso eseguo delle modifiche o aggiunte proprio con il computer: con la “tavoletta grafica” o addirittura con il mouse che riesco ad usare proprio come se fosse una matita o un pennello. Ormai non faccio più vedere i miei disegni fatti a mano perché risultano talmente brutti ed incompleti che li tengo solo per me…

Nella tua carriera hai dato vita ad una gran quantità di personaggi di successo, da Gervasio a Nerofumo, da Slurp a Gianconiglio e mille altri, tutti perfettamente caratterizzati. Come nasce un personaggio umoristico? Ti capita di prendere spunti da persone reali? Puoi farci qualche esempio descrivendo la creazione di qualcuno dei tuoi personaggi?
Premesso che Gervasio era nato per caso in una pizzeria, disegnato su un tovagliolo di carta mentre stavo aspettando che arrivasse la pizza… Lo misi in tasca dicendomi “non si sa mai” (e poi ne è nato uno dei miei personaggi per il quale ho realizzato più storie, in varie fasi: prima per “Capitan Walter”, poi per “Jolly”, poi per “Cucciolo” e quindi per “Più”, per citare solo i maggiori) e per il quale non mi ero ispirato a persone reali, ma… come un “antiPaperon de’ Paperoni” nel senso che al posto di essere avido di denaro e fare di tutto per accumularne altro, lui era “allergico” al denaro e faceva di tutto per disfarsene, ma senza riuscirci… Quindi mi ero ispirato, ma al contrario, a Paperon De Paperoni, per Slurp invece non mi sono ispirato ad altro se non alla mia fantasia “a ruota libera”, cioè il tipo di umorismo da me preferito, quello “demenziale”, Gianconiglio invece mi fu “imposto” e all’inizio lo ritenni una specie di “punizione” da parte del direttore… dato che non condividevo per nulla i testi che scriveva Carlo Triberti: lui si rivolgeva ad un pubblico di bambini molto piccoli e un po’ “scemini”… Io poi feci di tutto per adattare quel personaggio, fino a farne diventare un personaggio molto diverso da quello che avrebbe voluto Triberti, cioè rivolgendomi più ai ragazzi che ai bambini piccoli, e il successo (a livello internazionale) arrivò, ma non per merito dei testi ma per i disegni. Ma per il resto dei miei personaggi, mi sono sempre ispirato a persone reali, esagerandone i pregi o difetti… Solitamente osservo molto la gente che mi circonda e poi mi studio come potrei trasformare certi tipi in un personaggio a fumetti e molto spesso ci infilo molte di queste persone nelle mie storie; un esempio per tutti: quando ho dovuto mettere un antennista, ho fatto la sua caricatura, ma anche della sua famiglia…

Quale dei tuoi personaggi pensi rappresenti meglio la tua identità autoriale?
Certamente l’Ispettore Perogatt che è sempre stato un po’ la mia autocaricatura. Solo che, come capita nei fumetti, il personaggio è rimasto lo stesso nei fumetti, anche a distanza di molti anni e… mentre io ho perso molti più capelli e mi si sono molto ingrigiti e poi sono un po’ ingrassato, quel personaggio è sempre rimasto uguale. Questo è anche il bello dei personaggi a fumetti che non cambiano mai…

lunedì 12 dicembre 2011

SdF 80 Extra: Extinction Seed!!!

Dall'ultimo numero di Scuola di Fumetto, ancora disponibile in edicola e fumetteria fino ai primissimi giorni del mese di gennaio, quando arriverà la prima uscita del 2012, vi regaliamo alcune immagini che non hanno trovato posto nella nostra edizione cartacea. Stiamo parlando di Extinction Seed, la nuova miniserie che GG Studio ha realizzato espressamente per il mercato americano dei comic book. Su SdF 80 ne parliamo lungamente con lo sceneggiatore Davide Aicardi. Qui vi mostriamo alcune tavole di Livia Pastore nelle versioni a matita e definitiva inchiostrata e colorata. Ovviamente sulla rivista ne potete ammirare altre, oltre a gustrarvi l'intervista che vi svelerà la genesi di questo ambizioso progetto!