martedì 24 settembre 2013

SDF n. 89: JOOST SWARTE

Al termine dell'evento internazionale creato e voluto da ComicOut, Critical Comics, su cui torneremo nei prossimi giorni, con questo post concludiamo i commenti sul n.89 di Scuola di Fumetto.
In questa copertina di Joost Swarte c'è un progetto di vita che condividiamo con tutto il cuore e tutti i fumetti

Un numero che mostra bene la sua linea internazionale attenta al presente e all'evoluzione del fumetto, oltreché alla sua storia.
Accanto alle grandi uscite Bonelli (la casa editrice milanese sta attraversando un grande momento di novità e rilanci, insomma si propone come in rinnovamento pur mantenendo chiaramente la sua linea tradizionale), e ad altre novità italiane, abbiamo intervistato Guy Delisle, autore di punta del graphic novel e graphic journalism.
Ma un autore che abbiamo intervistato con piacere ed emozione è Joost Swarte. Ospite ad aprile al NapoliComicon. Swarte nei primi anni 80 è da poco autore di fumetti (viene infatti da grafica e design), ma immediatamente crea "scuola" e lo stile atome, inserito nell'immaginario post-moderno, coniatore del termine ligne claire, innovatore e "designer" del fumetto, fonda casa editirci e viene venerato del mondo come maestro, dall'america di «Raw» all'Italia dei Valvoline (Mattotti, Igort, Carpinteri...).

Ecco un piccolo stralcio dell'intervista, e qualche immagine che non troverete su «Scuola di Fumetto».

«La narrazione per prima cosa. Ci sono quelli che dicono che l'interesse per la linea chiara è soprattutto grafico, ma dimenticano che in realtà è uno stile soprattutto legato al racconto e alla sua leggibilità e scorrevolezza. È uno stile fortemente narrativo e facile nel comunicare.

Io utilizzo questo stile, il suo estetismo, per catturare il lettore al primo sguardo. Il lettore si avvicina, attratto dall'immagine chiara, nitida e dai bei colori, e in un secondo momento c'è la fase di lettura, e leggendo si vede un mondo in cui le creature non riescono a realizzare il loro ideale».


In che modo procede nell'inventare una storia? Parte più dall'ambientazione, dai personaggi, dall'idea o dallo sviluppo della storia?

«Direi che la prima cosa è l'idea, la più importante. Se penso, per esempio, a qualcosa da dire in architettura, poi lo sviluppo, come per il racconto.
E questo è il mio primo pensiero anche per una storia.
Dunque ho un'idea centrale da comunicare e poi vi costruisco un dialogo che porti al concetto finale.
Schizzo piccole sequenze a matita, oppure mi soffermo sui dialoghi, dipende dal racconto. Quando metto i dialoghi nella pagina sto molto attento alla loro posizione sinistra/destra perché funzioni bene l'ordine di lettura. Cerco sempre di trovare il modo più chiaro di far leggere la storia. Quando ho finito questa prima fase, passo alla seconda tappa, cioè la realizzazione vera e propria.
Traccio prospettive degli ambienti sul foglio, costruendo bene la scena. Poi disegno i personaggi su carta da lucido, ancora in una versione non definitiva, ma della misura giusta, ed essendo fatti su carta trasparente li posso posizionare al meglio sulla scena.
Poi ridisegno sempre su carta da lucido la stessa figura più precisa e dettagliata e adattata alla posizione e proporzione in cui l'avevo messa. Vedo poi che se muovo ancora di poco posso spostare ancora e così trovo posizione ed espressività migliore per i personaggi.
Quindi tutto l'insieme lo verifico allo specchio, vedo a rovescio se funziona bene. Poi ricalco, visto che la carta è trasparente è semplice, sull'originale, da dietro. E poi inchiostro la tavola definitiva. Questo originale una volta restava in bianco e nero, pulito. Perché poi facevo fare uno stampone stampato in blu, per la colorazione e a gouache poi il colore.
Ma questo è il vecchio metodo.
Una volta non si potevano fare le colorazioni per la stampa in modo diverso, altrimenti il nero sarebbe venuto ispessito e seghettato. Oggi con il computer la riproduzione è più semplice.
Oggi invece coloro sempre a mano, ma tutto sullo stesso foglio.
Ma assolutamente a mano, sempre. Amo la materia, la carta, colorare al computer non mi piace.

Amo che le persone vedano la materia e si rendano conto così che è stato fatto dalla mano di un uomo, sentano la presenza dell'autore e che il disegno non è qualcosa di meccanico,  questo contatto “fisico” con la gente lo trovo importante».



Per finire un piccolo esempio-lezione: una correzione di inquadratura, sempre di Swarte.

Ci vediamo sempre qui per parlare di critica, di fumetto e di Scuola di Fumetto.

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