lunedì 16 settembre 2013

Delisle sul n.89

Guy Delisle, che trovate in questo SdF n. 89, è autore tra i più famosi e letti nel graphic journalism. Il suo è un graphic journalism gentile, più da viaggiatore spaesato che da giornalista o inviato. 

Il mondo grande  e vicino è ancora pieno di piccole estraneità. Così racconta lui stesso i suoi inizi nell'intervista che ci ha concessa, alla fiera di Barcellona. 
«Io lavoravo nell'animazione per serie televisive, non ero molto tagliato per il fumetto. Trovo che i miei primi fumetti assomigliassero a storyboard. Amavo le storie senza testo, ne ho fatte un po' così, come Aline. (QUI una bella animazione fatta per i suoi allievi)
Lavoravo nell'animazione in Francia, ma mi hanno mandato in Cina per due volte, per seguire e dirigere gli animatori e gli intercalatori, la seconda volta ho cominciato a prendere appunti, schizzi, una sorta di diario, con cui ho pensato di poter fare delle piccole storie delle mie avventure in Cina, ma non pensavo a un libro... solo alla fine ho riunito le storie, ho visto che diventavano una sola storia di un'esperienza.
Per Shenzhen ho utilizzato una tecnica semplice, ma non abituale, matita nera grassa per il tratto e matita bianca per creare una sorta di tessitura, un segno un po' sporco... in Cina c'era molta polvere, smog e sporcizia così questo segno volevo desse quel senso di grigio e polveroso.
In questo primo fumetto, raccontavo la vita in Cina dal mio punto di vista di straniero, un poco sperso, non parlando cinese, in più. Erano aneddoti e mediamente piuttosto umoristici.
Questo primo viaggio l'ho raccontato così, con un senso di estraneità, di stupore per le differenze. Solo successivamente ho cominciato a interessarmi più di politica e allora ho cambiato modo di vedere e raccontare.»

È vero che il suo modo si è fatto meno stupito e più politico, ma in realtà lo sguardo resta sempre quello del viaggiatore che si sente fuori posto, e che vede la cose dall'esterno, anche se da vicino. Così che per lui un soldato, o il rischio di una bomba, è strano quanto un'acconciatura o la presenza di tutti i tipi di religioso in poco spazio, o di una bibita esotica venduta per strada.
«Il libro sulla Corea si vendette bene soprattutto perché nel frattempo era già cambiato il mercato editoriale francese. Questo mercato è sempre stato attento al fumetto, e ben disposto verso di esso, ma la sua visione era limitata. L’apporto dato dall’Association e dai suoi autori fu fondamentale, ma anche l’avvento non solo in Francia del romanzo grafico, romanzo a fumetti (roman bédé). In quella tipologia io rientravo ora, e così cominciai a vivere solo del fumetto.»


Se prima era un viaggiatore chiuso in piccoli appartamenti per lavoro, poi è diventato un padre chiuso nel suo circolo familiare, e forse per questo lo sentiamo vicino, perché lui non indaga, non ci dice cose che dovremo approfondire da soli leggendo testi impegnativi, non prende molto posizione, semplicemente ci porta come compagni di viaggio, spaesati quanto lui, ma rallegrati dalla sua ironia.
«Amo l’autobiografia, ma mi piace anche staccarmene, come nei libri per bambini o nelle serie poliziesche. Ho sempre alternato i libri di viaggio ad altri libri, cosa che continuerò a fare, anche perché Cronache di Gerusalemme sarà per un po’ l’ultimo di questo tipo.
Riguardo all’autobiografia, mi piace questa forma narrativa perché permette di stare nell’immagine. In un viaggio mi sembra ideale, perché ho l’impressione di portare il lettore con me. È con me quando salgo sull’auto, sta seduto accanto mentre attraverso il deserto e mentre disegno ho davvero ‘impressione di averlo vicino».
Un autore molto sincero, che in questa intervista fa anche una rivelazione: finito il graphic journalism, per ora. I figli crescono e devono vivere in un ambiente stabile. Perciò il suo nuovo libro è "Diario del cattivo papà".

Vi ricordiamo inoltre i nostri CORSI ONLINE di fumetto e altro, e il meeting Critical Comics a Roma dal 20 al 22 settembre.