mercoledì 16 ottobre 2013

Scuola di Fumetto #23 - giugno 2004 - Luigi Bernardi

Luigi Bernardi si è spento questa mattina alle 6.
Il mondo del fumetto e gli amici sono in lutto.

Sul blog di ComicOut l'ho personalmente ricordato, amico sempre, editore dei miei primissimi tempi, sceneggiatore in tempi recentissimi, con l'editoriale che troverete sul n.90 d «Scuola di Fumetto» che uscirà tra pochi giorni, a Lucca, dove spero riusciremo a ricordarlo, e a ricordarne l'opera, magari in un incontro.
Ma qui vorrei pubblicare l'intervista che gli feci nel 2004, per il n.23.
Tempi lontani, e un titolo che oggi ci fa sorridere amaro.
Pubblico prima le pagine dalla rivista, poi il testo integrale.
E ringrazio Luigi per quello che ci ha dato in quegli anni difficili, e per la sua scorbutica (rispetto al fumetto) posizione, in questi ultimi anni.









Luigi Bernardi è stato editore de L’Isola Trovata, di Granata, delle più interessanti e innovative riviste di fumetto italiano e ha portato il manga in Europa, da Ken il Guerriero a Nausicaa. Ma si è sempre occupato anche di scrittura, scoprendo grandi autori del noir. Ora, scrittore e curatore di collane, dice di aver di­men­ticato il fumetto, noi non gli crediamo e lui lo dimostra.

Quanti anni avevi quando ti sei messo a fare l’editore? 
25… quell’anno avevo cominciato curando il supplemento de La Città futura, un apprendistato nell’editoria e nel fumetto. Lo facevo tutto io, contattavo gli autori e gli agenti, dovevo fornire il prodotto già finito.

Da lettore a editore, come avvenne il cambiamento?
Fino a quel momento ero solo un lettore. Cominciò tutto più o meno nello stesso momento, prima avevo fatto solo una trasmissione radiofonica, Segnali di fumo, a Radiocittà 103 e così conobbi altri appassionati del fumetto, come Stefano Federici (poi nell’Isola Trovata), Giorgio Carpinteri (che debuttò sul primo fascicolo de La Città Futura), Igort, Daniele Brolli… Vittorio Giardino suonò un giorno alla porta della Radio, a fine trasmissione, si presentò come aspirante autore di fumetti, facendoci vedere delle strisce comiche, delle formichine tipo BC, che ci lasciarono perplessi, poi iniziammo a frequentarci e non ho mai conosciuto uno con una volontà più precisa e definita della sua! Per Città Futura fece dei racconti molto ‘toppiani’, sia come ispirazione narrativa che grafica, e poi un racconto per Indagini dell’Altroquando (uno dei due primi volumi de L’Isola Trovata), contemporaneamente iniziò Sam Pezzo per il Mago. Tutto si giocò in pochi mesi per lui e anche per me (anch’io cominciai a collaborare con il Mago). Era l’inizio del ’78, fine ’77: ricevetti la proposta dalla Città Futura, e contattai Panebarco, che mi fece conoscere un agente promotore della Longanesi, con cui decidemmo di fare una casa editrice, lui poi si defilò presto, al suo posto entrò Giorgio Beltramo.

Eravate tu, Ilde Turrini, Stefano Federici e l'architetto Beltramo…
4 soci, ma solo per un paio d’anni, e poi il tutto è rinato come ditta individuale mia, credo nell’81, poi, dopo che avevo fatto la rivista Orient Express, ho ricevuto la proposta di Bonelli, ho accettato e l’Isola Trovata è rinata una terza volta, come Srl.

Infatti di te si può dire che hai sette vite come i gatti, o che sei un’Araba Fenice, che riemerge sempre dalle ceneri… Ma torniamo alle tue origini: di cosa eri lettore?
Ero lettore delle riviste, non erano molte, ma c’erano quelle che contavano, Linus, che era importante, Il Mago, altrettanto importante per un certo periodo, Eureka… il Sergente Kirk, Sorry e Horror, una bella rivista, anche se di vita breve: la prima rivista interamente di produzione. Leggevo fumetti francesi, erano anni in cui in Francia c’era molta vivacità, si mettevano in discussione i classici, Giraud diventava Moebius, c’era stata la na­scita di Echo des Savanes e poi di Métal Hurlant, poi di À suivre, il fumetto a metà anni ’70 cambia moltissimo.

Che autori amavi particolarmente, da lettore?
La Montellier e poi Tardi, Bodé, certi classici francesi: Blueberry è una saga ineguagliabile. Mi piacevano moltissimo Battaglia e Toppi, Pratt… Crepax, credo sia stato forse l’autore che più mi ha dato l’idea di quante cose si potevano ancora fare col fumetto. E poi naturalmente Magnus, che seguivo dal primo Kriminal e in tutte le sue varie trasformazioni: quando ho fatto Orient Express mi sono detto che questa rivista non l’avrei mai voluta fare senza Magnus. Fu un corteggiamento lunghissimo e alla fine con successo: delle tre storie per Orient Express almeno due, “La fata dell’improvviso risveglio” e “L’uomo che uccise Ernesto Che Guevara”, sono davvero grandi storie.

E autori attuali che ami e che leggi ora?
Leggo pochissimi fumetti; ho alcuni autori di cui guardo sempre se è uscito qualcosa di nuo­vo: Tardi, Bilal e Loustal, poco altro. Devo ringraziare Igort che mi ha fatto conoscere qualche nuovo au­tore, americano o francese, interessante. Leggo le produzioni dei miei amici Kap­pa… ogni tanto qualche Diabolik, per non perdere il vi­zio, Kriminal… Leggo le strisce di Doo­ne­sbury, che sono uno dei momenti più alti del fumetto, dai loro inizi, e mi fa un po’ tristezza dover comprare un giornale (Li­nus) solo per loro, perché il resto mi pare poco interessante. Doonesbury è un grande feuilleton, oggi BD ha perso una gamba in Iraq, e questa è una storia straordinaria: noi non abbiamo più cose come questa. Il problema del fumetto è che ha perso moltissimo questo contatto con la realtà, con la cronaca, con i pensieri e con le idee della contemporaneità. Mentre un tempo ce l’aveva, e credo fosse una delle cose più apprezzabili. Il fumetto si è chiuso in se stesso ed è diventato autoreferenziale, sia a livello di produzione che di mercato. La grande trappola in cui si è ficcato il fumetto sono le fumetterie, i luoghi dove trovi solo il fumetto. Ma quando un linguaggio aperto a 360° come quello del fumetto diventa quasi un genere, anzi, diventa un prodotto, più che un linguaggio, allora perde energia.

Il fumetto, a torto, spesso viene considerato un genere…
Anche qualche grande intellettuale l’ha considerato così. Il fumetto è un linguaggio straordinario: da Krazy Kat a Li’l Ab­ner, da Corto Maltese a Valentina, interpretazioni diversissime  di un linguaggio, di una ricchezza espressiva che non ha il ci­nema e neanche la letteratura, per certi versi. Unisce varie cose, ma non le appiccica, le reinventa, con un linguaggio originale, nuovo, suo e di nessun altro. Tutta la mia attività editoriale partiva da questo concetto, che il fumetto è in realtà un qualcosa di un tutto, di altre produzioni, di altri linguaggi. Le mie riviste si sono sempre interessate anche di altro. Le mie case editrici hanno pubblicato narrativa e saggistica, non solo fumettistica, libri strani, di confine. Sembra che oggi questo manchi e che questa assenza si faccia sentire in modo determinante.

Penso che se il fumetto vuol sopravvivere debba uscire dai confini dei lettori di fumetti.
L’abbiamo sempre sostenuto, magari in pochi, ma buoni, attivi e determinati. Un’altra cosa che hanno fatto sempre le mie case editrici è stato cercare uno spazio in libreria. Ci siamo riusciti poco, sconfitti dai negozi specializzati, che equiparano il fumetto al francobollo, al prodotto per appassionati e collezionisti. Dove si entra solo se si vuol comprare un fumetto e dove è molto difficile venire folgorati da qualcos’altro, perché non c’è.

Le fumetterie hanno lo scopo di dare spazio a fumetti rari o stranieri, per un pubblico limitato e appassionato.
I primi negozi, come le Nuvole Parlanti di Milano, svolgevano questo compito, ma la fumetteria è un esercizio commerciale e deve sopravvivere vendendo quei prodotti che lo fanno andare avanti. Di contro, la situazione delle edicole è sintomatica: le edicole sono sempre più diventate qualcosa di diverso e trovarvi spazi e visibilità è difficilissimo e sempre più costoso. Tutto questo fa un male formidabile al fumetto. Oggi anche l’autoproduzione è un’ultima chance: la fai nella speranza che qualcuno ti veda e ti ingaggi, non è quel fumetto, tipo l’underground, che si faceva perché era contro, che voleva esplorare il linguaggio in modo diverso, che voleva rompere le scatole…

Parliamo delle tue riviste, di cosa sono per te, di come le hai impostate e della mancanza di riviste oggi.
Le mie riviste sarebbero perfette oggi. Sarebbero di un’attualità sconcertante: Orient Express, Nova Express, Nero e Dinamite. O.E. cercava fin dal nome questo spazio per l’avventura, in un momento in cui forse non era da fare, ma oggi lo sarebbe: l’O­riente. A partire dagli anni ’90 tutto si è giocato in Oriente, dai Balcani alla dissoluzione dell’impero sovietico, al Medio Orien­te ecc. Pensa come potrebbe essere oggi un giornale di avventura che ci raccontasse storie in quegli spazi che prima erano chiusi e ora si sono aperti, qualche cosa di assolutamente eccellente. Non sono molto soddisfatto di O.E. come è venuta, sapevo come avrebbe dovuto essere, ma si sono intrufolate cose di fantascienza, che c’entravano poco, poi i western, che c’entravano abbastanza poco… ma il primo numero, con Magnus dello Sco­nosciuto, con Giardino di Rapsodia Ungherese, con Panebarco di Big Sleeping, con una bella storia di Manara, credo... forse Micheluzzi con una storia ambientata a Teheran... era una rivista straordinaria. Probabilmente è mancata laddove mancavano autori in grado di reggere questa qualità e questa linea.

E le altre?
Nova Express oggi sarebbe perfetta; una rivista che racconta la schizofrenia metropolitana, il futuro che non è futuro ma presente, del quale non riusciamo ad avere un’immagine distaccata dalla realtà. Qualcosa di estremamente vivo e generatore di storie, di apparati redazionali ecc. Nero sposò l’idea che avevo io con quella che aveva Ferrandino, cioè che la grande stagione del fumetto italiano sia stata quella dei fumetti neri degli anni ’60. Una stagione di fenomenale originalità, l’idea – che era quel­lo che stavano facendo Frank Miller e Alan Moore –, di rileggere questa stagione in chiave moderna, era giusta, l’hanno capita in pochi, ma se andate a rileggere i 12 numeri usciti ci troverete dei gran bei fumetti. L’interpretazione che ha dato Fer­ran­dino di Kriminal era stupefacente, le storie con Diabo­lik, non si chiamava Diabolik ma ‘il Re’, con la compagna che si strappa la pelle perché, impazzita, cerca di levarsi tutte le maschere che ha indossato nella sua vita, sono immagini che, fatte da Miller o Sienkiewicz, sarebbero finite nella storia del fumetto. Le hanno fatte Ferrandino e Marco Soldi e sono state dimenticate! Pec­cato… L’equipe era ottima, Marco Soldi è bravissimo, Caracuzzo uno stupefacente professionista, capace di realizzare qualità e quantità e poi Vannini, bravissimo. L’im­pressione è che queste cose non le abbia viste nessuno, e questo mi fa dire una parolina sui critici italiani di fumetti.

Che parolina? Parla. 
Almeno imbarazzanti! Scrivono sempre le stesse cose e sono an­che loro funzionali a un fumetto chiuso in se stesso, sanno cosa succede nella striscia del 18 maggio 1937, di Secret Agent X9, ma non riescono a cogliere qual è e quale dovrebbe essere il rapporto tra il fumetto e la cultura contemporanea. Perché il fumetto è fatto anche di capacità di rielaborare attraverso il suo linguaggio quella che è la cultura e l’arte del proprio tempo. Come il grande fumetto americano, le riviste come Métal Hurlant o À suivre. Oppure ci vuole la capacità di proporre, nei momenti in cui sembra che non c’entrino niente, personaggi e linguaggi o epiche che invece sono proprio di quel momento: Corto Maltese e Valentina lo sono stati.
Quel­lo che vedo in giro oggi appartiene a una rimasticatura forzata del linguaggio manga, a un rifacimento forzoso del supereroe.
Ci sono gli autori, che segnano il limite alto, ma è importante vedere anche la produzione media. Che in Francia attualmente è bassissima. Le cose nuove di avventura son troppo debitrici dei videogiochi per essere interessanti, mi lasciano perplesso.

Le contaminazioni con manga, videogiochi o altro, servono al rinnovamento e allo scambio.
Certo, e deve averlo, se però si lega ad altro del nostro presente, del nostro essere contemporanei. Puoi contaminare quello che vuoi, ma se mi racconti una storia che non appartiene al mio tempo, allora hai contaminato a vuoto. So che emerge qui la mia età, che mi fa vedere le cose in un ottica diversa, non farei oggi quello che facevo allora. Ho quasi smesso di fare l’editor di narrativa perché necessariamente uno è condizionato dalla propria età e cioè dalla propria storia e cultura.

Tornando alla rivista, dici che non deve essere un contenitore, ma conta lo spirito che la pervade.
La rivista dovrebbe essere un qualcosa che dà la linea, essenzialmente e che tutto quello che si trova al suo interno risponde alla linea editoriale della rivista. Dal primo all’ultimo dei fumetti, dal primo all’ultimo dei redazionali. Se ne sono viste poche di riviste così, perché non è facile. Lo spirito della rivista deve permearla, è la cosa che ha un po’ fregato le riviste italiane e internazionali che spesso erano solo una galleria in attesa del volume. Da questo punto di vista abbiamo sbagliato tutti, credo, perché la rivista dovrebbe essere dedicata alla narrazione breve, la storia a puntate era, e tanto più lo è oggi, del tutto anacronistica. La rivista, che avrebbe potuto es­sere davvero LA RIVISTA, come quella letteraria, non è fatta di storie lunghe: ha una sua idea e, numero dopo numero, la esprime. Oggi credo che una rivista si potrebbe fare, perché gli autori sono tutti disponibili, perché puoi scegliere fra stili e approcci diversi: una situazione ricca come in questo momento non c’è mai stata in Italia. Se facessi una rivista oggi (ma non ne ho intenzione), ci sarebbero più elementi narrativi, magari fotografici, ci sarebbe il disegno come reportage, illustrazione, non solo come fumetto.

Dopo le grandi avventure fumettistiche, da Isola Trovata a Granata, la pubblicazione di fumetti italiani, di manga, di video, di saggi e romanzi… oggi ti occupi di noir…
Dopo una pausa di due d’anni, ho iniziato a collaborare con varie case editrici, per Hobby & Work, una collana noir, la collana Vox per DeriveApprodi, poi sono stato chiamato dall’Ei­naudi per dirigere, ancora oggi, il settore noir di Stile Libero e poi varie consulenze. Dopo la fine di Granata tutti i lavori editoriali si sono limitati al settore della narrativa noir e in parte anche la mia scrittura, poi mi ho cominciato a interessarmi an­che di crimini reali, ma questo è un altro discorso.

Fumetto e noir sono i tuoi due grandi amori…
Nascono da quello che è stato IL mio grande amore: i fumetti neri degli anni ’60. Il vero impatto col fumetto l’ho avuto con Diabolik, Kriminal, Satanik… che sono stati per l’epoca prodotti fondamentali, che ci hanno sbriciolato l’innocenza delle letture precedenti e ci hanno insegnato ad avere un rapporto diverso con il male. Tutto questo torna oggi in quello che scrivo o che scelgo di pubblicare.

La tua scrittura è influenzata, oltre che dal noir letterario, dal fumetto?
Una delle prime storie che ho scritto, si chiamava Merilù rapita, è una storia che nasce proprio da un fumetto di Chantal Montellier, e ho intenzione di tornarci su… inoltre, per quel che riguarda il linguaggio, non mi interessa raccontare quello che di solito raccontano gli scrittori, le situazioni di passaggio, quelle intermedie, quelle che per certi versi allungano i libri: tutte le cose che scrivo sono dei quadri, che potrebbero essere delle vignette, delle pagine o sequenze. Da questo punto di vista credo di essere stato influenzato dal linguaggio del fumetto.

Una volta hai detto che non descrivi mai le condizioni climatiche, il tempo.
Esatto. Era un’esagerazione, per dire che non amo queste de­scrizioni, mi piace dirlo in poche parole. Come la pioggia nel fumetto, che sono dei segnetti obliqui e non c’è bisogno d’altro per far capire che piove. Mi basta dire ‘piove’, credo sia la sintesi del fumetto che influenza la mia scrittura.

Hai scritto sceneggiature di fumetti?
Ne ho scritto solo una per un fumetto di Baldazzini, pubblicato su Blue “Salto nel buio (notte)” senza il mio nome. Ho sempre in mente di fare qualcosa, chissà. Attualmente sto facendo dei brevi racconti che illustra Catacchio. Sul fumetto vorrei tornare con questo libro dedicato a questi eroi della adolescenza nera (lo farò, ho la cantina piena di documenti), e magari con dei racconti ispirati a personaggi di fumetti, non a quelli principali, ma a certe figure che mi sono rimaste impresse, certe vignette di certe storie, ma poi da lì partendo per la tangente.

Forse l’unica cosa che resta da chiederti è: avendo fatto tanta parte di storia del fumetto italiano, com’è che ci si ricorda poco di te, ti si nomina difficilmente?
Io mi sono dimenticato del fumetto, è vero, ma è grave che il fumetto si sia dimenticato di me. Ed è soprattutto molto grave che tutto quello che abbiamo fatto sia rimosso.

Però ti sei fatto dei nemici, hai osato delle polemiche...
Certo, ma mi pareva importante. Qualsiasi mondo, se vuol essere credibile, deve essere un mondo capace di criticare, di dire le cose. Il fumetto per molto tempo, e temo anche oggi, è stato uno di quei mondi per cui basta parteciparvi per sentirsi in qualche modo eletti. Anche il mondo degli scrittori è un po’ così… Se uno fa una porcheria o se ti sembra tale, bisogna dirlo, perché se è intelligente la critica la capisce e gli fa anche bene.

Spesso la recensione negativa non mi scoraggia…
Certo, ci sono libri che devono il loro successo alle polemiche. Sono mondi ipocriti quando si chiudono dentro. Tutte queste mostre, all’epoca per fortuna ce n’erano poche, dove ci si ritrova tutti uguali a dirsi le stesse cose, sono tristissime perché ti tolgono la visuale su quel che succede fuori, che è la cosa più importante. Il mio secondo o terzo incontro con Bonelli fu travolgente, mi disse una cosa che non dimenticherò mai, siccome io sono accusato di essere un antibonelliano, di dire sempre peste e corna di lui... non è vero, e questa cosa che lui mi disse fu bellissima: “No, tu non devi stare in ufficio, devi andare fuori, devi guardare quello che succede, devi avere delle intuizioni”, mi diceva, questo è fondamentale, forse poi nessuno lo fa. Il referente non deve essere solo il fumetto, ma di più.

Spesso invece anche gli autori restano chiusi non solo nel mondo del fumetto, ma nel loro studiolo.
A guardare un album di disegni, a copiare una pennellata…

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