lunedì 11 novembre 2013

90 e Zero... numeri perfetti!

Questo nostro numero 90 di Scuola di fumetto è davvero perfetto.
Non che 89 o 88 avessero difetti.
Stiamo sempre più attenti ad autori importanti, bravi, che fanno tendenza.
Ma anche ai più giovani o che preferiscono stare in seconda linea.
Chi ha detto che le retrovie sono da vili? Spesso nella seconda linea del fumetto si celano i futuri grandi nomi, oppure autori serissimi che diffondono il fumetto a più livelli, senza buttarsi in mischie e polemiche.

Dunque in questo numero che presenta i grandi delle vecchie nuove generazioni, ecco un intervento di Zerocalcare, alla vigilia dell'uscita (ormai avvenuta) del suo nuovo libro: Dodici, edito da BAO.

ComicOut ha pubblicato un libro-intervista per lezioni del fumetto. Una sua derivazione, più breve ma arricchita esce anche sulla rivista.
Vi presentiamo Zerocalcare (come se ce ne fosse bisogno).
Nella suo successo che ne fa una star, ma anche come ragazzo da sempre attento al sociale, al politico, alla lotta; come autore alla ricerca di dire cose diverse e in continua evoluzione, come fenomeno di successo, ma anche persona che deve comunque vivere la sua vita, come autore, ma anche lettore di grandi fumetti popolari e innovativi, che fanno intuire da dove nasce la sua arte di comunicare.



 Partiamo dal tuo nuovo lavoro: Dodici, una storia che si svolge in 12 ore: questa unità di tempo mi fa venire in mente il film Mezzogiorno di fuoco e, più anticamente, l’unità di tempo e spazio della tragedia greca.
Vola più bassa… banalmente è piuttosto 24, la serie tv. L’idea mia era di fare un po’ quello.
Sono tutti banchi di prova per una storia superlunga e superimpegnativa che voglio fare da un sacco di tempo, la volevo fare ora, ma prima ho fatto Dodici, perché l’altra è troppo impegnativa, non mi sentivo tranquillo.
Aver fatto Dodici mi serve soprattutto per assimilare questi ritmi narrativi, flashback eccetera, e anche perché questa storia che voglio fare è autobiografica entro certi limiti: parlando di epoche diverse e generazioni precedenti la mia, molte volte non parla assolutamente di me. Volevo appunto vedere quanto gestivo la mancanza dell’io narrante. 

E i personaggi? In questa storia non ci sei tu, ma Secco. 
È un po’ diverso dal solito ora che è protagonista?
Mi sono reso conto adesso che per la prima volta diventerà il protagonista di un fumetto, perché io resterò in coma e voglio che sia lui il protagonista assoluto. Per rendere il personaggio un po’ vero e non stereotipato, perché se tu scrivi di una cosa totalmente inventata ti viene da riutilizzare le cose che hai visto negli stereotipi, invece ho voluto riprendere il suo carattere rendendolo ancora più reale, e penso che sia più divertente vedere come si comporterebbe in quella situazione la persona vera che io ho in testa, anche con tutte le sue caratteristiche assurde.
Diciamo che è la prima volta che è un personaggio più di fantasia che del mondo reale. Il Secco che uso normalmente è una persona, anzi due, che esistono, che pensano e parlano così. Le cose che fa di solito, poiché penso a cose e persone specifiche, sono cose accadute veramente. 
Questa volta invece i discorsi sono più o meno reali e veritieri, ma è diventato un personaggio più di finzione: mi serviva un personaggio più stilizzato. Avrà un po’ di più del mio amico attuale, che è un personaggio che vive di poker online, vive col fuso orario dei tornei a Bangkok…
Insomma, andando avanti nel tempo anche Secco è diventato più autonomo, un po’ vive di vita propria.


Mi pare il momento di parlare tecnicamente di come disegni, niente computer, o quasi…
Lo faccio tutto old school. Prima faccio lo story board su A4, a volte anche più piccolo, poi faccio le matite e scrivo i testi, anzi, le cose che i personaggi devono dire lì; il concetto, non la frase proprio definitiva o completa. 

Con che cosa disegni?
Sempre su carta, di solito uso gli A3 ma leggeri, da fotocopie. Pennarelli Staedtler, quelli millimetrati, 0.3 per le cose piccole, 0.8 per i testi e le cose grandi, per i contorni dei primi piani. Ogni tanto anche lo 0.5.
Per le matite non mi cambia niente, non so la differenza, “morbide”, “dure”, “H”, “B”, non so proprio che significa.
Non disegno al computer, ci do solo i neri (con lo strumento secchiello) e uso la tavoletta soprattutto per dare i grigi e le ombre. Li faccio apposta irregolari, il grigio non è mai preciso nelle mie cose, esce sempre un po’ dai contorni.

E che stile usi per raccontarle? A cosa fai riferimento? Qual è il tuo humus?
In realtà, di solito, quello che racconto, nel blog, è quello che mi fa rosicare, nel senso che poi i temi sono proprio le cose che mi irritano, che mi urtano, oppure che trovo particolarmente buffe… 
Lo stile credo sia un mischione di tutto ciò che ho divorato negli anni, sicuramente i blog a fumetti francesi sono quelli che mi hanno dato l’impronta più forte.
Su come si costruisce poi la cosa, be’, è soprattutto chattando con gli amici, proprio nelle chat, mentre racconti le cose, oppure ci scriviamo cose serie o stronzate e chiacchiere, capitano dei discorsi, degli spunti e spesso mi accorgo che questa cosa di cui stiamo chattando può funzionare nel fumetto, sta bene disegnata.
Credo che i miei disegni vengano direttamente dalla chat, come linguaggio e come costruzione delle storie.


Insomma, si tratta di un'intervista importante che approfondisce quello che ancora non si sa di Michele Zerocalcare soprattutto dal suo lato d'autore, ma anche da quello ideale e ideologico.

Potete approfondire le notizie su Michele-Zero su questo Scuola di Fumetto n. 90
E ancora di più leggendo il librino che gli abbiamo dedicato... 

a presto con altre meraviglie!

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