lunedì 30 settembre 2013

E finiamola con l'89!

Ultimo post per ricordarvi che sul n. 89 (ma anche sull'88 e sul 90 e seguenti) abbiamo ora due rubriche critiche tenute da due penne diverse e acute.

Daniele Barbieri, semiologo (allievo di Umberto Eco), docente a Bologna e blogger, ça va sans dire, che ci racconta ogni volta una tavola (o due) di un fumetto. La scompone e analizza, o cerca un tracciato una chiave di lettura nel concatenarsi di vignette e loro immagini.
Boris Battaglia filosofo per conto suo, per un anno editore glorioso assieme ad altri con Rasputin, in tempi dove non c'erano chance (sì, molto meno di adesso miei giovani amici), detentore di uno dei rarissimi blog in cui si dice qualcosa di più, racconta il suo rapporto con il fumetto collegandolo al mondo.
(a entrambi potete scrivere dicendo la vostra o chiedendo chiarimenti).

Ebbene nel n. 89 Barbieri parla di Muñoz

e Boris di Bilal

Ma entrambi erano a Critical Comics, il primo incontro internazionale di critica sul fumetto, che abbiamo creato a Roma, con la CArt Gallery.

All'incontro in realtà c'era in carne ed ossa solo Boris Battaglia (assieme ad altri studiosi, come Sergio Brancato e Alessio Trabacchini, ma poi alle altre tavole rotonde  avevamo Matteo Stefanelli, Alvaro Pons, Dietrich Grünewald, Oscar Glioti, Emanuele Trevi, e inoltre Luca Raffaelli e Ferruccio Giromini). Daniele Barbieri, impossibilitato all'ultimo momento (come pure Andrea Tosti), ci ha mandato il suo testo da leggere. 

Ci piace qui, anche se non riguarda il nostro numero 89, pubblicarne uno stralcio.
Come ha detto lui, e come è stato (in forma minore dato che non era lì a discuterne) "un piccolo sasso nello stagno", non una polemica, ma qualcosa su cui, appunto, discutere. 
Anche qua.

 «...siccome si parla di critica, dovrò prima definire un attimo quale ne sia l’oggetto. In particolare mi preme sottolineare che, per il mio discorso, l’oggetto specifico della critica non sono i testi artistici, ma un insieme più vasto di testi, che io chiamo testi estetici. In qualche mio scritto precedente ho definito un testo estetico come quel tipo di testo che produce autonomamente l’interesse da parte del lettore, tenendolo avvinto a causa della sua stessa forma, e non per le informazioni sul mondo che fornisce. Insomma, se leggo la Divina Commedia esclusivamente per conoscere la cosmologia di Dante, la sto leggendo come un testo informativo, come se fosse un trattato tecnico o storico.
Solo che normalmente non si legge la Commedia in questo modo, e la possiamo apprezzare anche se non abbiamo nessun interesse a priori per le informazioni che essa fornisce; e in fin dei conti è proprio perché essa esercita su chi la legge un’autonoma fascinazione, che poi posso anche ritrovarmi interessato a capire la cosmologia di Dante. Ma questo viene dopo; è un effetto testuale; un interesse indotto.
Tutti i testi artistici sono ovviamente testi estetici, ma ci sono innumerevoli testi estetici la cui artisticità è fonte di infinite discussioni. Per esempio, i testi pubblicitari sono indubitabilmente testi estetici, perché devono più di qualsiasi altro testo sviluppare un interesse da parte del fruitore che dipenda solo da come sono fatti; ed è su questo che poi si basa la persuasione. Ma se dico che i testi pubblicitari sono testi artistici sollevo un vespaio; e se dico che non lo sono affatto sollevo un altro vespaio. In questa sede non mi importa dire né l’una né l’altra cosa. E la critica di cui parlo può legittimamente occuparsi anche di testi pubblicitari in quanto testi estetici, infischiandosene della loro artisticità o meno.
Allo stesso modo, potrò parlare di critica del fumetto infischiandomene della questione se il fumetto sia arte o meno. La discuteremo, questa questione, da un’altra parte. Che invece – con le rare eccezioni dei fumetti didascalici – i testi a fumetti siano testi estetici, è qualcosa di molto più tranquillamente accettabile.



Su che cosa si basa l’interesse che un testo estetico vuole ingenerare nel suo fruitore? Io credo che i testi estetici siano in generale dei condensatori e trasmettitori del mito, ieri come oggi. Lo possono essere nel loro argomento, o anche magari nella loro struttura – narrativa o meno. Il fruitore rimane attaccato alla fruizione di un testo estetico perché vi ritrova qualcosa di profondo e di cruciale. Non necessariamente di etico, attenzione: il mito non è etico. L’etica ne è solo una componente, non necessariamente presente. C’è assai poco di etico in tanti messaggi pubblicitari che pur ci attraggono, e ci attraggono perché mettono in scena qualcosa che per noi ha valore – salvo alla fine riversare il valore su un terribile prodotto commerciale.
All’epoca di Omero i testi estetici, cioè i testi mitologizzanti, erano sufficientemente rari da avere valore di per sé. Eppure, anche in quel contesto precedente l’introduzione della scrittura, i poemi omerici sono riconosciuti come più importanti degli altri, come più belli: ovvero il loro valore mitopoietico viene riconosciuto come maggiore. Anche i testi degli altri cantori sono belli e importanti, ma quelli di Omero lo sono di più: ci fanno sognare meglio, ci introducono meglio nel mito, ce lo fanno vivere più intensamente.
Come si arriva a questa conclusione? Evidentemente la gente ne parla, e finisce per trovarsi sufficientemente concorde su questa decisione. È, in nuce, già un’operazione critica, elementare ma fondamentale. E attraverso questa operazione che cosa si sta facendo? Si sta, evidentemente, costruendo un mito: quello di Omero e dei suoi poemi».
Daniele Barbieri

Allora che cos'è fare critica oggi?
C'è chi ha contestato  il produrre miti. Eppure in parte è anche questo. 
Scrivere di una cosa la amplifica.
Poi il ruolo sarà altro, sarà inquadrare le opere nella storia, nel linguaggio, nell'estetica, nella politica... e sì, il fumetto è anche (sempre) politica.

Ne parlerò sul blog di ComicOut. Per ora mi rituffo a chiudere libri e a preparare un numero 90 davvero speciale. Leggere per credere!

martedì 24 settembre 2013

SDF n. 89: JOOST SWARTE

Al termine dell'evento internazionale creato e voluto da ComicOut, Critical Comics, su cui torneremo nei prossimi giorni, con questo post concludiamo i commenti sul n.89 di Scuola di Fumetto.
In questa copertina di Joost Swarte c'è un progetto di vita che condividiamo con tutto il cuore e tutti i fumetti

Un numero che mostra bene la sua linea internazionale attenta al presente e all'evoluzione del fumetto, oltreché alla sua storia.
Accanto alle grandi uscite Bonelli (la casa editrice milanese sta attraversando un grande momento di novità e rilanci, insomma si propone come in rinnovamento pur mantenendo chiaramente la sua linea tradizionale), e ad altre novità italiane, abbiamo intervistato Guy Delisle, autore di punta del graphic novel e graphic journalism.
Ma un autore che abbiamo intervistato con piacere ed emozione è Joost Swarte. Ospite ad aprile al NapoliComicon. Swarte nei primi anni 80 è da poco autore di fumetti (viene infatti da grafica e design), ma immediatamente crea "scuola" e lo stile atome, inserito nell'immaginario post-moderno, coniatore del termine ligne claire, innovatore e "designer" del fumetto, fonda casa editirci e viene venerato del mondo come maestro, dall'america di «Raw» all'Italia dei Valvoline (Mattotti, Igort, Carpinteri...).

Ecco un piccolo stralcio dell'intervista, e qualche immagine che non troverete su «Scuola di Fumetto».

«La narrazione per prima cosa. Ci sono quelli che dicono che l'interesse per la linea chiara è soprattutto grafico, ma dimenticano che in realtà è uno stile soprattutto legato al racconto e alla sua leggibilità e scorrevolezza. È uno stile fortemente narrativo e facile nel comunicare.

Io utilizzo questo stile, il suo estetismo, per catturare il lettore al primo sguardo. Il lettore si avvicina, attratto dall'immagine chiara, nitida e dai bei colori, e in un secondo momento c'è la fase di lettura, e leggendo si vede un mondo in cui le creature non riescono a realizzare il loro ideale».


In che modo procede nell'inventare una storia? Parte più dall'ambientazione, dai personaggi, dall'idea o dallo sviluppo della storia?

«Direi che la prima cosa è l'idea, la più importante. Se penso, per esempio, a qualcosa da dire in architettura, poi lo sviluppo, come per il racconto.
E questo è il mio primo pensiero anche per una storia.
Dunque ho un'idea centrale da comunicare e poi vi costruisco un dialogo che porti al concetto finale.
Schizzo piccole sequenze a matita, oppure mi soffermo sui dialoghi, dipende dal racconto. Quando metto i dialoghi nella pagina sto molto attento alla loro posizione sinistra/destra perché funzioni bene l'ordine di lettura. Cerco sempre di trovare il modo più chiaro di far leggere la storia. Quando ho finito questa prima fase, passo alla seconda tappa, cioè la realizzazione vera e propria.
Traccio prospettive degli ambienti sul foglio, costruendo bene la scena. Poi disegno i personaggi su carta da lucido, ancora in una versione non definitiva, ma della misura giusta, ed essendo fatti su carta trasparente li posso posizionare al meglio sulla scena.
Poi ridisegno sempre su carta da lucido la stessa figura più precisa e dettagliata e adattata alla posizione e proporzione in cui l'avevo messa. Vedo poi che se muovo ancora di poco posso spostare ancora e così trovo posizione ed espressività migliore per i personaggi.
Quindi tutto l'insieme lo verifico allo specchio, vedo a rovescio se funziona bene. Poi ricalco, visto che la carta è trasparente è semplice, sull'originale, da dietro. E poi inchiostro la tavola definitiva. Questo originale una volta restava in bianco e nero, pulito. Perché poi facevo fare uno stampone stampato in blu, per la colorazione e a gouache poi il colore.
Ma questo è il vecchio metodo.
Una volta non si potevano fare le colorazioni per la stampa in modo diverso, altrimenti il nero sarebbe venuto ispessito e seghettato. Oggi con il computer la riproduzione è più semplice.
Oggi invece coloro sempre a mano, ma tutto sullo stesso foglio.
Ma assolutamente a mano, sempre. Amo la materia, la carta, colorare al computer non mi piace.

Amo che le persone vedano la materia e si rendano conto così che è stato fatto dalla mano di un uomo, sentano la presenza dell'autore e che il disegno non è qualcosa di meccanico,  questo contatto “fisico” con la gente lo trovo importante».



Per finire un piccolo esempio-lezione: una correzione di inquadratura, sempre di Swarte.

Ci vediamo sempre qui per parlare di critica, di fumetto e di Scuola di Fumetto.

lunedì 16 settembre 2013

Delisle sul n.89

Guy Delisle, che trovate in questo SdF n. 89, è autore tra i più famosi e letti nel graphic journalism. Il suo è un graphic journalism gentile, più da viaggiatore spaesato che da giornalista o inviato. 

Il mondo grande  e vicino è ancora pieno di piccole estraneità. Così racconta lui stesso i suoi inizi nell'intervista che ci ha concessa, alla fiera di Barcellona. 
«Io lavoravo nell'animazione per serie televisive, non ero molto tagliato per il fumetto. Trovo che i miei primi fumetti assomigliassero a storyboard. Amavo le storie senza testo, ne ho fatte un po' così, come Aline. (QUI una bella animazione fatta per i suoi allievi)
Lavoravo nell'animazione in Francia, ma mi hanno mandato in Cina per due volte, per seguire e dirigere gli animatori e gli intercalatori, la seconda volta ho cominciato a prendere appunti, schizzi, una sorta di diario, con cui ho pensato di poter fare delle piccole storie delle mie avventure in Cina, ma non pensavo a un libro... solo alla fine ho riunito le storie, ho visto che diventavano una sola storia di un'esperienza.
Per Shenzhen ho utilizzato una tecnica semplice, ma non abituale, matita nera grassa per il tratto e matita bianca per creare una sorta di tessitura, un segno un po' sporco... in Cina c'era molta polvere, smog e sporcizia così questo segno volevo desse quel senso di grigio e polveroso.
In questo primo fumetto, raccontavo la vita in Cina dal mio punto di vista di straniero, un poco sperso, non parlando cinese, in più. Erano aneddoti e mediamente piuttosto umoristici.
Questo primo viaggio l'ho raccontato così, con un senso di estraneità, di stupore per le differenze. Solo successivamente ho cominciato a interessarmi più di politica e allora ho cambiato modo di vedere e raccontare.»

È vero che il suo modo si è fatto meno stupito e più politico, ma in realtà lo sguardo resta sempre quello del viaggiatore che si sente fuori posto, e che vede la cose dall'esterno, anche se da vicino. Così che per lui un soldato, o il rischio di una bomba, è strano quanto un'acconciatura o la presenza di tutti i tipi di religioso in poco spazio, o di una bibita esotica venduta per strada.
«Il libro sulla Corea si vendette bene soprattutto perché nel frattempo era già cambiato il mercato editoriale francese. Questo mercato è sempre stato attento al fumetto, e ben disposto verso di esso, ma la sua visione era limitata. L’apporto dato dall’Association e dai suoi autori fu fondamentale, ma anche l’avvento non solo in Francia del romanzo grafico, romanzo a fumetti (roman bédé). In quella tipologia io rientravo ora, e così cominciai a vivere solo del fumetto.»


Se prima era un viaggiatore chiuso in piccoli appartamenti per lavoro, poi è diventato un padre chiuso nel suo circolo familiare, e forse per questo lo sentiamo vicino, perché lui non indaga, non ci dice cose che dovremo approfondire da soli leggendo testi impegnativi, non prende molto posizione, semplicemente ci porta come compagni di viaggio, spaesati quanto lui, ma rallegrati dalla sua ironia.
«Amo l’autobiografia, ma mi piace anche staccarmene, come nei libri per bambini o nelle serie poliziesche. Ho sempre alternato i libri di viaggio ad altri libri, cosa che continuerò a fare, anche perché Cronache di Gerusalemme sarà per un po’ l’ultimo di questo tipo.
Riguardo all’autobiografia, mi piace questa forma narrativa perché permette di stare nell’immagine. In un viaggio mi sembra ideale, perché ho l’impressione di portare il lettore con me. È con me quando salgo sull’auto, sta seduto accanto mentre attraverso il deserto e mentre disegno ho davvero ‘impressione di averlo vicino».
Un autore molto sincero, che in questa intervista fa anche una rivelazione: finito il graphic journalism, per ora. I figli crescono e devono vivere in un ambiente stabile. Perciò il suo nuovo libro è "Diario del cattivo papà".

Vi ricordiamo inoltre i nostri CORSI ONLINE di fumetto e altro, e il meeting Critical Comics a Roma dal 20 al 22 settembre.

mercoledì 11 settembre 2013

Cose belle di settembre

Parliamo di ANDREA PAZIENZA.


Ho conosciuto Andrea in varie mostre, nulla di più, qualche pranzo assieme a Lucca o a Bologna, casualmente proprio a fianco, qualche aperitivo con autori, chiacchiere. L'ho conosciuto poco. Quello che mi resta più forte è una sensazione di svagata leggerezza che copre altro, e poi i suoi fumetti. 

Non mi piacciono le classifiche, non lo metterò in classifica. Ma Andrea Pazienza è stato uno degli autori importanti del fumetto italiano, e ha lasciato nel fumetto oltre che la sua arte, il segno del suo tempo, cosa non facile. 
Innovativo nel disegno (anche se partiva da Moebius e da Barks), innovativo nella scrittura, dalla composizione della tavola e il mutamento del segno all'uso delle parole.

A 25 anni dalla sua scomparsa non potevamo non parlare di lui in un'importante occasione.
Critical Comics è un primo incontro internazionale sulla critica del fumetto in Europa, organizzato da ComicOut e Scuola diFumetto, a Roma il 20, 21 e 22 settembre, presso la CArt Gallery.
Tre tavole rotonde e tre tavole a fumetti rilette dai critici. Il primo meeting internazionale italiano, che vuole mettere a confronto i critici di fumetto e ridiscutere insieme a lettori, autori e appassionati lo stato dell'arte della critica oggi. Cosa c'è sotto la superficie? Uno sguardo per approfondire la lettura per immagini.
Ma all'interno di questo meeting uno dei 3 incontri è dedicato ad Andrea, e si svolgerà presso la Fandango Incontri (mentre la giornata clou della critica, sabato, avrà sede presso CArt).
Qui di seguito il calendario della manifestazione.



Parteciperanno: 
Daniele Barbieri semiologo, docente allo SUPSI di Lugano e all’Accademia di Belle Arti di Bologna, Boris Battaglia, blogger filosofico, Sergio Brancato del DSPSC, Università di Salerno, Oscar Glioti, giornalista e critico, Dietrich Grünewald, presidente dell’Associazione Gesellschaft für Comicforschung, Ferruccio Giromini, giornalista e Art Curator, lo scrittore Emanuele Trevi, Alvaro Pons, critico e docente del Dipartimento de Optica della Universitad de Valencia, Luca Raffaelli, giornalista, critico e scrittore, Laura Scarpa, autrice ed editor, creatrice dell'evento, Giancarlo Soldi, regista ed esperto di fumetto, Matteo Stefanelli dell’Università Cattolica Milano e consulente editoriale, Andrea Tosti, critico e blogger, Alessio Trabacchini, editor e critico. 



Ma un'altra bella occasione di dedicare a Pazienza più di un pensiero, viene proprio dal Centro di Fumetto che ne porta il nome. 
In occasione di questa triste ricorrenza, ma anche del compleanno del centro, ecco un concorso " I  love Pazienza" che ha scadenza molto vicina, ma comporta il lavoro su una sola tavola (dedicata appunto a Paz) QUI  tutte le info. Fate presto, scade a fine mese!

Scuola di Fumetto è sponsor del concorso.

Per concludere vi ricordiamo che sono ormai alle porte i nostri corsi online di FUMETTO, SCENEGGIATURA, ILLUSTRAZIONE e COLORAZIONE DIGITALE, e alle portissime l'increbile Workshop internazionale tenuto da DAVID LLOYD sull'arte dello STORYTELLING.
Qui le info.

E non dimenticate che Scuola di Fumetto 89 è in edicola (ve la raccontiamo domani)

lunedì 9 settembre 2013

n.89 e i Cinesi in Italia!

In edicola ormai ci siamo, ci trovate?
Vi ricordo di chiedere, insistere sempre dallo stesso edicolante, prenotare se occorre... o acquistare da noi sul sito.

In edicola è uscito in questi giorni (lo trovate? Non tutte le edicole lo hanno, perché stanno riaprendo dopo le ferie) il n.3 con una copertina un po' spiazzante... il progetto dell'Aurea sceneggiato e pensato da Diego Cajelli, dopo una prima fase del sempiterno Rrobe (è il suo anno, no? l'abbiamo detto...).
LONG WEI è il primo fumetto seriale italiano che racconta le avventure di un cinese in Italia, a suon di lotta e malavita. Un'avventura difficile, di cui Cajelli ci ha raccontato molto.

Vi anticipiamo con una sua pagina di sceneggiatura scritta e poi la tavola corrispondente e qualche immagine che la racconta lunga sul lavoro fatto sul territorio. La Milano, un po' periferica e un po' delinquenziale, ma anche quotidiana, a cui Cajelli è molto legato... e poi lui in Paolo Sarpi-Chinatown c'è nato!

TAV 25

1/2: Scorcio frontale. Vedi le foto nella cartella “Milano Chinatown” su DropBox.
Vincenzo e Long Wei si allontanano verso di noi, sono già abbastanza lontani dalla zona dello scontro.
Vediamo Vincenzo che, accigliato, cammina rapido verso di noi. Long Wei, curioso, è alle sue spalle che lo segue.

Long Wei: Chi erano quelli?
Vincenzo: Lascia perdere...
Long Wei 2 baloon: Ci hai parlato. Li hai mandati via. Erano dei tuoi amici, giusto?
Vincenzo 2 baloon: Diciamo che li conosco, tutto qui...


3/4: Scorcio laterale. Vincenzo si accende una sigaretta. Ombroso.
Long Wei è davanti a lui, interrogativo. I due al centro della scena, diamo spazio ai personaggi!

Long Wei: Che cosa ci facevano in quel bar?
Vincenzo: E io come diavolo faccio a saperlo?!


5: PP frontale di Vincenzo. Espressione da duro.

Vincenzo: Senti, quella è gente che fa brutto... Non sapremo mai che cosa è successo là dentro!


6: PP frontale perplesso di Long Wei.

Long Wei: Gente che fa brutto?... Non l’ho mai sentita questa espressione.




E per finire la preview di tutti gli altri numeri...



#3: il pugno dell'eterna primavera
Cajelli/Ascari/Bertelè/Macchi
Combattimenti clandestini nella periferia industriale milanese. Viene introdotto un personaggio nuovo, direttamente dall’universo narrativo di Milano Criminale.

#4: l'inferno del fuoco urlante
Cajelli/Ascari/Mortarino
Milano ha a che fare con un serial killer. Le sue vittime: giovani ragazze cinesi. Compare sulla serie Bruno Valrico, giornalista di razza, autore di “101 posti dove farsi menare a Milano almeno una volta nella vita”.

#5: il leone corre sulla foglia di loto
Cajelli/Ascari/Nizi
è più forte il voodoo nigeriano o la magia cinese? Tocca a Long Wei rispondere a questa domanda, mettendosi contro Babatunde, un boss al vertice di un giro di sfruttamento della prostituzione.

#6: il tempio del drago scarlatto
Cajelli/Vanzella/Genovese
Il numero di mezzo della miniserie è interamente dedicato al passato di Long Wei.

#7: lo scorpione domina sul regno dell'odio
Cajelli/Vanzella/Ascari/Vinci
Dal passato di Long Wei arriva un tremendo nemico, assoldato dalle Tigri per uccidere l’eroe di chinatown.
Un altro numero dove il cinema cinese la fa da padrone, con un lunghissimo scontro finale al Parco Sempione, nei pressi del ponte delle sirenette.

#8: le maschere per una festa di morte
Cajelli/Ascari/ Di Nicuolo
Una rapina, una banda spietata, un piano pazzesco.

#9: la trappola del serpente di cemento
Cajelli/Monteleone/Simeone
Trasferta a Roma, Long Wei e Vincenzo si ritrovano nel cuore oscuro del Corviale.

10#: la mano intrisa di furia
Cajelli/Vanzella/Nizi
Chi sta armando la criminalità milanese? Perché l’uomo con un uncino al posto della mano deve, costi quello che costi, fuggire da Milano?

11#: gli artigli dei custodi invisibili
Cajelli/Savino/Mortarino
Università Bicocca. Quali segreti sono nascosti negli scantinati? Perché Long Wei prende il posto di un inserviente,
un ragazzo cinese ridotto in coma dalla banda di Paolino il Magnifico?

12#: le forme che scivolano sull'acqua
Cajelli/Maconi
Fine della prima stagione. Silenzio assoluto sulla trama. Tutti i nodi vengono al pettine.


mercoledì 4 settembre 2013

SDF 89 - DRAGONERO: matite, chine e parole


Copertina (matita) del n.2 di Giuseppe Matteoni  © SBE
Il primo fantasy a tutti gli effetti di casa Bonelli è arrivato quest'estate.
Dragonero ha fatto parlare molto di sé, ma ancora i lettori stanno col fiato sospeso per attendere la fine del primo ciclo di 4 numeri, che apre la serie.
Un enorme lavoro alle spalle per i due sceneggiatori: Luca Enoch e Stefano Vietti. Un mastodontico lavoro di studio e preparazione per i disegnatori, che assieme agli sceneggiatori hanno costruito un mondo, come il fantasy impone, con una sua planimetria, le sue armi, la sua natura, le sue popolazioni.
Indubbio che in questa prima fase il lavoro più massiccio come disegnatore se lo sia preso Giuseppe Matteoni, che disegna e colora le copertine, e che ha dato la mano a tutto il primo ciclo, con grande coerenza e delicatezza.
Abbiamo dedicato a lui, infatti, lo sketchbook che troverete nel numero 89, e però abbiamo accompagnato anche da un'intervista a Luca Enoch, che ci ha raccontato la linea creativa tenuta da lui e Vietti.
Pubblichiamo qui dunque uno stralcio dell'intervista e schizzi di altri disegnatori.
Gruppo l completo, di Alfio Buscaglia © SBE

«Il fantasy è sempre stato un mio amore, sin da ragazzo quando inciampai nel Signore degli Anelli e nella saga di Star Wars, che io considero un fantasy tecnologico, dove i soldati sparano con i folgoratori ma i veri guerrieri combattono con spade di luce! Il fantastico entra sempre nelle mie storie; anche in un’ambientazione realistica e urbana come quella di Sprayliz, gli ambienti sotterranei del Macondo, con i loro graffiti multicolori e gli enormi spazi nascosti e labirintici, erano in effetti ambienti fantastici.
Non ricordo dove l’ho letto, ma un Autore si riconosce dal fatto che si ripete ;)»
Studio di Ghoul, di Pagliarani © SBE

È una tua caratteristica questa costanza nel conservare ed evolvere progetti, mi sembra accadde anche per Gea. Credi che un buon sceneggiatore non debba arrendersi? O piuttosto debba saper conservare il materiale in modo da utilizzarlo nel momento e nel modo opportuni?

«Sì, è essenziale continuare a lavorare sopra a un’idea che si considera buona. A volte, però, un progetto nasce in tempi sbagliati o non è abbastanza solido perché magari l’autore stesso non ha sufficiente esperienza. Attendere nel cassetto allora può fargli bene; lasciare che suggestioni ed esperienze diverse vi sedimentino sopra e ritirarlo fuori dopo anni di oblio, può dare nuovo vigore a un progetto a suo tempo immaturo».

Tecnocrate, di Olivares © SBE

Una nota, a nostro vantaggio. Sono questi professionisti che insegnano nella nostra scuola di fumetto, la scuola online che segue gli allievi direttamente a casa, a contatto diretto con i grandi del fumetto. Scusate la nostra pubblicitaria, ma i corsi partono da metà ottobre e questo è il momento di ... tornare a scuola! Info qua.