venerdì 17 gennaio 2014

#91 Mino Milani, la Storia delle storie

Nel #91 un grande incontro con Mino Milani, sceneggiatore e scrittore, di cui impossibile dire tutte le opere...


Negli anni 50 il fumetto era quasi assente, tu però sei sempre un narratore legato alle immagini,
sia che si tratti di fumetto o racconto illustrato, sia che si tratti di narrativa, dove solo le tue parole le evocano. 
Sei stato un lettore di immagini? Se sì, quali? E che cosa ti attraeva del loro linguaggio, in rapporto alle parole... insomma come hai incontrato il fumetto?

Sono cresciuto a fumetti di classe: quelli di quando ero ragazzino; per intenderci, quelli de “L’Avventuroso” e “Topolino” (allora direttamente americano). C’erano tutti i grandi personaggi tutti gli immortali e nel loro momento migliore: Gordon, Mandrake, Cino e Franco, l’uomo mascherato, tutti insomma. Del fumetto italiano, il mio prediletto era Kit Karson, di Rino Albertarelli, che divenne un caro amico e che illustrò i mio primi libri, 1957.
Nel CdP di Mosca, il fumetto si limitava ad essere rappresentato da poche vignette settimanali, di chissà che origine: fondi di magazzino, direi pubblicati, tanto per giustificarne l’acquisto.
Mosca era contrarissimo al fumetto e nella prefazione a un mio libro, mi salutò come combattente contro di esso.
Ma nel 1959, centenario del’Unità, inopinatamente mi commissionò quanto mai avevo fatto:  un fumetto, e che fosse  risorgimentale. Feci “I nemici fratelli” con il grande Uggeri. Così il fumetto ritornò sul CdP.


Visto che parliamo degli inizi, puoi ricordare quali autori erano tuo riferimento nella prima scrittura, e se il clima giornalistico al Corriere ti ha influenzato in qualche modo, o sotto forma di qualche autore importante?
Salgari mi aiutò a sbarazzarmi in fretta delle prime letture buoniste; poi vennero i grandi autori d’avventura, da London a Mason a Curwood a RiderHaggard eccetera, poi venne il maestro, Conrad. Insieme con quelle letture,mi trovai a leggere (come si usava allora, magari o senza senza magari anticipando i tempi) il grande romanzo, da quello inglese a quello francese russo,  americano, tedesco. Quello italiano? Dove sarebbe, tranne uno o due?

Quello che tu chiami clima giornalistico al Corriere mi ha giovato certamente, nel giornalismo però, non nella narrativa.

Hai lavorato con i più grandi disegnatori, Nidasio, Pratt, Toppi, De Paoli, Di Gennaro, Battaglia, e più tardi Manara e  Micheluzzi... erano anni splendidi e nel Corrierino si trovavano riuniti i più grandi autori italiani (e non solo). Tu che eri redattore ricordi come si sceglievano o cercavano autori e storie dai primi anni 60 in poi? E i fumetti stranieri? 
Sì. Ho avuto quella fortuna, ho lavorato con i più grandi, è stato molto bello (però mi hanno un poco viziato, mi hanno abituato alla loro bravura, e sono diventato esigentissimo, rispetto al fumetto…). La redazione era frequentata, quasi naturalmente, da vari disegnatori, e si cercava di scegliere quello adatto a una o a un’altra storia. Alla scelta dei fumetti stranieri, pensavano altri: Fancesconi, per esempio, prima capo redattore e poi direttore CdR. 

Il resto lo troverete la prossima settimana su Scuola di Fumetto, in edicola e subito anche in fumetteria!
O acquistabile dal nostro sito dove troverete anche il suo Dottor Oss, scritto per Grazia Nidasio.



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