lunedì 10 novembre 2014

About (Lucca) Comics - 1 Dessine-moi un mouton

“Per piacere, disegnami una pecora…” 
Quando un mistero è così sovraccarico, non si osa disubbidire. 
Per assurdo che mi sembrasse, a mille miglia da ogni abitazione umana, e in pericolo di morte, tirai fuori dalla tasca un foglietto di carta e la penna stilografica. 
Non avevo mai disegnato una pecora e allora feci per lui uno di quei disegni che avevo fatto tante volte: quello del boa dal di dentro; e fui sorpreso di sentirmi rispondere: 
“No, no, no! Non voglio l’elefante dentro il boa. Il boa è molto pericoloso e l’elefante molto ingombrante. Dove vivo io tutto e’ molto piccolo. Ho bisogno di una pecora: disegnami una pecora”. 
Feci il disegno.

Lo guardò attentamente, e poi disse: “No! Questa pecora è malaticcia. Fammene un’altra”.
Feci un altro disegno.
Il mio amico mi sorrise gentilmente, con indulgenza.
“Lo puoi vedere da te”, disse, “che questa non e’ una pecora.
È un ariete. Ha le corna”.
Rifeci il disegno una terza volta, ma fu rifiutato come i precedenti   
                                                                                                                  (A. De St Exupéry)
...

Questo dialogo lo conoscete di certo, è tratto da Il Piccolo Principe.
Ebbene dopo il viaggio ad Algeri, per il festival del fumetto, avendo comprato qualche volume e qualche numero di una rivista, su quest'ultima trovo citata la nota frase, a proposito del pubblico delle fiere. Pubblico che in Francia da moltissimi anni, e ora da parecchio pure da noi, visita la fiera per il disegno. Compra i libri o altro per la dedica.
È un argomento complesso e vorrei che partecipassero al dibattito studiosi e osservatori più attenti di me.
È un argomento su un mondo di autori, editori, lettori e fiere che cambiano.
Ma io che ricordo Lucca (allora quasi unica manifestazione, con Treviso Comics e Prato, credo), dalla fine anni 70, e ricordo già pochi anni dopo ragazzini a caccia di disegni, completamente a caso, so che l'originale ha sempre avuto un suo fascino, ma che – almeno da noi – questa ricerca è andata acuendosi negli ultimi, boh, 10 anni, e con una crescita esponenziale. 

Riunione aiac, con Pratt e Mordillo

Né Pratt né Moebius avevano la coda che oggi ha Zerocalcare. Il pubblico era in minor numero, e contava meno la rapida dedica se non per nerd e collezionisti. 
Oggi il caso si è reso più complesso. Compro il libro in fiera se ho la dedica.
Non analizzo, elenco un po':
Il fascino di veder nascere un disegno. L'ho visto anche quest'anno, ogni volta che dedicavo un mio The War Painter, lo sguardo dell'acquirente si illumina... un bambinetto è rimasto fermo, alle nove di mattina, a guardarmi come una scimmia guarda il serpente che la incanta. Magia pura.
Zerocalcare, dedica sull'ultima opera

Il desiderio di un contatto con il divo, con Zerocalcare l'anno scorso si è visto bene e quest'anno si è ripetuto: dov'è LUI? chiedevano a noi che esponiamo un bel manifesto di Zero, dedicato al so librino. DOVE? E non sapevano nulla, nemmeno il nome del suo editore, così pure per Gipi... LUI, il divo.
Gipi, mano di artista dopo le dediche

Ed era ancora più evidente col nostro quasi dirimpettaio, Shokdom, che con Sio (Scottex) attirava fan non certo per la magia del bel disegno, ma per la presenza FISICA dell'uomo che leggono.
Rock Star, Recchioni non è più l'unica icona, il fumetto è rock!


Ma anche l'oggetto è feticcio. Comprare un libro lo puoi fare sempre, una dedica no...
Mi ricordo che forse Claudio Calia (o qualcun altro) prevedeva la scomparsa totale dei diritti d'autore, mi pare un paio d'anni fa. Ne parlavamo sul blog di Comicout. Io credo che online il diritto d'autore sarà da difendere meno ferocemente. Lui (Calia?) sosteneva invece che in un futuro equo e non lontano, il libro, la pubblicazione non sarebbe più stata fonte di reddito per l'autore, che avrebbe, come nella musica, dovuto inventarsi nuove forme di guadagno, equivalenti ai concerti, invece dei dischi.
E sarà questo? Disegnare dal vivo? Dedicare disegni?
Scottecs


Collezionismo. L'altra forza è questa. Lo hanno dimostrato gli acquisti (storico evento) al padiglione SBE, con le copertine variant. E le dediche. Lo hanno dimostrato in Panini-Disney, con la copertina bianca di PK. E lo ha dimostrato chi l'ha presa e messa subito subito in vendita su ebay.

Variant Dylan Dog, di Gipi
E su questo voglio dire  2 cose:
1 i disegni si devono fare sui libri, mai sui fogli, per evitare il più possibile lo sporco mercato dei finti fan.
2 una dedica, per quanto bella e fatta con amore e cura (ed è magari pure venuta benissimo...) è una dedica con un valore diverso se, nel farla, scatta un rapporto tra le persone, un dialogo. Ma resta comunque, al 99,9% un disegno, che non ha un'idea propria e unica o un motivo narrante. E questo lo rende bello, ma solo una dedica.
E venderla come fosse un originale in cui l'autore ha fatto una ricerca  un pensiero suo, non è onesto nei confronti dell'autore.
E dunque la cosa migliore sarebbe almeno poter parlare con l'autore mentre dedica. Ne farà pochi di disegni? Pazienza, diventeranno più belli e preziosi.

Quali conclusioni? Non ne ho. Sto solo constatando che il pubblico cambia, e diventa sempre più "personalizzato", cacciatore di teste.
Una parte ovviamente, che è quella che ho ora analizzato. Poi c'è chi viene in fiera per scoprire cose nuove, che non conosce... e magari manco legge molto i fumetti. Sono stati i miei incontri più belli, confesso, chiacchierando e disegnando. 

Ma torno sulla domanda (e lo faccio con affetto), perché farsi disegnare una pecora?
E chi sono tutti questi piccoli principi?

3 commenti:

Gianfranco Goria ha detto...

Temo non siano ne' piccoli, ne' principi.

Taaaaanti anni fa, passavo giornate in fiere enormi (non di fumetti) con code lunghissime di bambini che venivano a farsi disegnare qualcosa. Mi chiedevano un animale, lo facevo: felici! Me ne chiedevano uno che non conoscevo? Disegnavo con cura una pagina intera: "Ma dov'è il *******?" - "Eccolo, è oltre il foglio, dove sta guardando questo personaggino." "Ah! Ah! Va bene, certo, è vero, grazie!". Felici. Si rideva tutto il giorno e si viaggiava insieme con la fantasia. Una volta, davanti al mio stand, c'era Ferruccio Alessandri, che disegnava in modo più fantasioso del mio: i bambini correvano felici da uno stand all'altro. La sera ero stanco morto, non vendevo nulla e nulla avevo da vendere, ma guadagnavo tanto. Quei bambini non erano fan, non erano collezionisti, niente del genere. Erano piccoli ed erano principi della fantasia.

Renato Ciavola ha detto...

È un discorso tanto complesso, ha ragione Laura (ha scritto Laura?), ma Gianfranco parla al cuore.

laura scarpa ha detto...

Lo so, è passato molto tempo e solo oggi vedo questi commenti. E così mi fate tornare la voglia di ridiscutere la cosa: da una parte la magia di veder nascere un disegno (felici), dall'altra il feticcio, la firma, il corpo dell'autore (felici anche loro eh).
Dove andiamo? La fisicità del libro si salva anche per questo?